Alla    Icom srl
e
al Comune di Agrigento                                                                           

 

AG 13/13
11 aprile 2013

Oggetto : richiesta di parere –  ICOM srl – Risarcimento del danno da ritardo nella emissione del certificato di  collaudo e nell’approvazione del collaudo – questioni relative alla  ammissibilità del risarcimento, alla quantificazione del danno e alla  iscrizione delle relative riserve nel certificato di collaudo.

In relazione all’istanza di parere in oggetto, si  rappresenta che il Consiglio dell’Autorità, nella seduta del 10-11 aprile 2013,  ha approvato le seguenti considerazioni.

Con nota acquisita al protocollo n. 113308 del 23  novembre 2012, la ICOM srl ha posto un quesito giuridico riguardante  l’ammissibilità del risarcimento del danno per il ritardo nella emissione del  certificato di collaudo e per l’approvazione del collaudo stesso, attribuibile  al comportamento negligente della stazione appaltante.
In particolare, l’istante rappresenta che, nell’ambito  di un appalto di lavori, ultimati nel rispetto dei tempi contrattuali, sebbene  la commissione di collaudo avesse avviato le operazioni tempestivamente,  l’emissione del certificato di collaudo e l’approvazione dello stesso sono  state tardive. Tali ritardi avrebbero cagionato un danno che l’istante ritiene  meritevole di tutela risarcitoria e, a sostegno della tesi assunta, viene  allegato un parere pro veritate, che argomenta le seguenti tesi:
il danno da ritardo nella emissione del certificato di  collaudo e nell’approvazione del collaudo stesso è risarcibile, se imputabile  alla stazione appaltante;
l’arco temporale da prendere in considerazione ai fini  del risarcimento comprende il periodo di tempo che decorre dalla data di  scadenza del termine per la conclusione del procedimento di collaudo sino alla  data in cui tale procedimento si è concluso con un provvedimento di  approvazione;
le domande risarcitorie dell’appaltatore scaturite da  tali eventi non debbono essere formulate a pena di decadenza nel certificato di  collaudo e sono soggette unicamente alla prescrizione;
in mancanza di un criterio normativo per la  quantificazione del danno, si potrebbe fare riferimento ai criteri previsti per  la quantificazione del danno da illegittima sospensione dei lavori, in forza  dei quali si potrebbe accordare all’appaltatore una somma pari al 5,5-6,5  dell’importo dell’appalto, oltre a rivalutazione e interessi.

Ritenuta la questione rilevante e di interesse per la  disciplina dell’istituto del collaudo, è stato avviato il procedimento, dandone  contestuale notizia all’istante ed alla stazione appaltante, Comune di  Agrigento, con nota prot. n. 0017826, del 15 febbraio 2013. Il Comune di  Agrigento, con nota del 7 marzo 2013, prot. 13372, ha rappresentato che con  verbale del 7/12/1999, documentazione in atti, è avvenuta la consegna  provvisoria delle opere realizzate al patrimonio del Comune, per consentire il  transito veicolare e l’uso. In replica, lCOM ha trasmesso in data 19/3/2013,  prot. 29948, una nota nella quale si rappresenta che la consegna delle opere  dopo l’emissione del certificato di collaudo ma prima della relativa  approvazione, non ha fatto venir meno i doveri di guardiania e manutenzione a  carico dell’appaltatore.

A chiarimento della fattispecie sottoposta  all’attenzione di questa Autorità, di seguito si riportano i fatti inerenti la  questione e la normativa ad essa applicabile ratione temporis.
Con contratto del 20 agosto 1996 il Comune di Agrigento  ha affidato i lavori di costruzione della strada di collegamento del quartiere  Fontanelle con la S.S. 118 Agrigento –Raffadali, 2° lotto, al raggruppamento  temporaneo di imprese ICOM srl, S.C.G.A. srl e Bruccoleri Costruzioni, per  un importo netto contrattuale di €1.516.014  (£ 2.935.414.000). i lavori sono stati ultimati, nei termini contrattuali  previsti, in data 22/09/1998.
Il certificato di collaudo è stato emesso il 3 novembre  1999, ed in pari data accettato senza riserve dall’appaltatore; in data 7  dicembre 1999 è stato redatto verbale di consegna provvisoria delle opere,  prima dell’approvazione del collaudo definitivo; in data 15 maggio 2000 il  certificato di collaudo è stato trasmesso dal Collaudatore, insieme alla relazione  riservata, alla stazione appaltante. Infine, con determinazione dirigenziale  del 6 dicembre 2002,  sono stati  approvati gli atti di contabilità finale ed il collaudo, nonché la liquidazione  della rata di saldo.
Il capitolato speciale di appalto (art. 19), facente  parte integrante del contratto,prevedeva “A prescindere dai collaudi parziali  che potranno essere disposti dall’Amministrazione, le operazioni di collaudo  definitivo avranno inizio nel termine di mesi tre dalla data di ultimazione dei  lavori e saranno portate a compimento nel termine di mesi tre dall’inizio con  l’emissione del relativo certificato e l’invio dei documenti  all’Amministrazione, salvo il caso previsto dall’art. 96 del Regolamento 25  maggio 1895, n. 350.”
Come da contratto, l’appalto era altresì disciplinato  dagli allora vigenti Regolamento per la direzione, contabilità e collaudo dei  lavori dello Stato, di cui al R.D. 25 maggio 1895, n. 350 e dal Capitolato  generale d’appalto per le opere di competenza del Ministero dei lavori pubblici  di cui al d.P.R. 16/07/1962 n. 1063, che,  all’art. 38, disciplinava l’inizio della visita di collaudo entro il termine  prescritto dal capitolato speciale e, in difetto, non oltre sei mesi dalla data  di ultimazione dei lavori; per il compimento delle operazioni di collaudo il  medesimo art. 38, prevedeva che le operazioni di collaudo e l’emissione del  relativo certificato e la trasmissione all’amministrazione appaltante dovevano  essere effettuate nel termine indicato dal capitolato stesso.
La normativa regionale di settore all’epoca vigente era  la legge regionale n. 21/1985, recante “Norme per l’esecuzione dei lavori  pubblici in Sicilia”, così come modificata dalla legge regionale n. 10/93.
Vale precisare, in quanto il parere pro veritate  presentato dall’istante richiama a sostegno delle proprie argomentazioni, tra  le altre, la legge 109/1994 e il d.P.R. 554/1999, che detta normativa non è  applicabile al rapporto contrattuale di specie sia ratione temporis sia per la  connotazione della Regione siciliana quale regione a statuto speciale. In  particolare,  la Regione siciliana, con  circolare prot. 1402 del 24/10/2002, recante “Legge regionale 2 agosto 2002 n.  7 norme in materia di opere pubbliche. Disciplina degli appalti di lavori  pubblici, di fornitura, di servizi e nei settori esclusi. Prime direttive di  attuazione” per l’applicazione della legge 109/1994, ha dettato specifiche  norme transitorie in base alle quali i contratti stipulati in data anteriore  all’entrata in vigore della predetta legge n. 7/2002 restano disciplinati dalle  norme sull’esecuzione e collaudazione dei lavori pubblici previgenti alla  medesima legge n. 7/2002.

 In termini  generali, nell’appalto di lavori pubblici, il collaudo ha lo scopo di  verificare e certificare che l’opera sia stata eseguita a regola d’arte secondo  il progetto approvato e le relative prescrizioni tecniche, nonché le eventuali  perizie di variante, in conformità del contratto e degli eventuali atti di  sottomissione o aggiuntivi debitamente approvati; con il collaudo si effettuano,  altresì, le verifiche della contabilità finale, le verifiche tecniche previste  dalle leggi di settore e si effettua l’esame delle riserve dell’esecutore,  sulle quali non sia già intervenuta una risoluzione definitiva in via  amministrativa, se iscritte nel registro di contabilità e nel conto finale.
Con determinazione n. 2/2009, l’Autorità ha ritenuto il  collaudo caratterizzato da  tre fasi  essenziali: la verifica dell’opera in contraddittorio con l’esecutore,  l’emissione del certificato di collaudo e l’approvazione del collaudo da parte  dell’amministrazione. Giova ricordare che la Suprema Corte  ha affermato che  “Il collaudo delle opere pubbliche (…)  integra un procedimento amministrativo, che richiede da un lato l’emissione del  c.d. certificato di collaudo, il quale racchiude il giudizio finale del  collaudatore intorno all’opera e contiene la liquidazione finale del  corrispettivo spettante all’appaltatore, e dall’altro, l’approvazione del  collaudo da parte dell’Amministrazione, che esprime sostanzialmente  l’accettazione dell’opera per conto del committente e rende definitiva la  predetta liquidazione” (Corte di Cassazione, sez. I civile, sent. 26.1.2011, n.  1832).
La vigente normativa - articolo 141 del codice appalti  - dispone che il collaudo finale dei lavori pubblici deve aver luogo non oltre  sei mesi dall’ultimazione dei lavori, salvi i casi, individuati dal  regolamento, di particolare complessità dell’opera da collaudare, in cui il  termine può essere elevato sino ad un anno. Il certificato di collaudo ha  carattere provvisorio e assume carattere definitivo decorsi due anni  dall’emissione del medesimo certificato; decorso tale termine, il collaudo si  intende tacitamente approvato ancorché l’atto formale di approvazione non sia  intervenuto entro due mesi dalla scadenza del medesimo termine.
Nell’arco di tale periodo, l’esecutore è tenuto alla  garanzia per le difformità e i vizi dell’opera, indipendentemente  dall’intervenuta liquidazione del saldo.
Il regolamento di cui al d.P.R. 207/2010, nel disciplinare  il procedimento di collaudo, dispone che una volta emesso il certificato di  collaudo, lo stesso viene trasmesso per la sua accettazione all’esecutore, che  deve firmarlo nel termine di venti giorni. All’atto della firma, l’esecutore  può aggiungere le richieste che ritiene opportune, rispetto alle operazioni di  collaudo.
Condotte a termine le operazioni connesse allo  svolgimento del mandato ricevuto, l’organo di collaudo trasmette la  documentazione, prescritta dall’art. 234 del citato regolamento, al responsabile  del procedimento. La stazione appaltante, preso in esame l’operato e le  deduzioni dell’organo di collaudo, effettua la revisione contabile degli atti e  delibera, entro sessanta giorni dalla data di ricevimento degli atti di  collaudo, sull’ammissibilità del certificato di collaudo, sulle domande  dell’esecutore e sui risultati degli avvisi ai creditori, con facoltà di  procedere ad un nuovo collaudo finché non è intervenuta l’approvazione degli  atti di collaudo.

Per quanto attiene alla possibilità di riconoscere  all’appaltatore il risarcimento del   danno eventualmente subito in dipendenza del ritardo nella emissione del  certificato di collaudo e nell’approvazione dello stesso, oggetto del primo  quesito sottoposto a questa Autorità, si rappresenta che il collaudo, sulla  base di quanto sopra riportato, costituisce l’atto finale del procedimento di  esecuzione di un contratto pubblico di lavori, e ne costituisce momento  saliente e necessario che l’amministrazione ha il diritto-dovere di effettuare,  al fine di accertare la buona esecuzione dell’opera.
In questi   termini si è espressa, con orientamento costante nel tempo, la  giurisprudenza della Corte di Cassazione e dei Collegi arbitrali, secondo la  quale “all’amministrazione è inibito di ritardare sine die le sue  determinazioni sul collaudo, in quanto ciò paralizzerebbe per un tempo  indeterminato, ed in modo contrario ai principi di buona fede, la realizzazione  delle pretese della controparte” (C. Cassaz., sez. civile, Sezioni Unite  28/10/1995, n. 11312) e “al pari di tutte le altre obbligazioni contrattuali,  il collaudo è un atto dovuto dal committente e la relativa conclusione deve  avvenire entro i termini pattuiti senza essere rinviato ad libitum con uno  slittamento sine die dell’azione esperibile dall’appaltatore, con  consequenziale riflesso sull’effettività della tutela giurisdizionale  costituzionalmente garantita.” (Lodo arbitrale 24/7/2008, n. 105/2008).
Posizione assunta anche da questa Autorità con  deliberazione n. 105 del 5/4/2001, in base alla quale “L'art.28 della legge 11  febbraio 1994, n.109 e s.m., laddove stabilisce che il collaudo finale deve  essere effettuato entro il termine di sei mesi dalla data di ultimazione dei  lavori, non è derogabile da parte della stazione appaltante. Può configurare  danno all'erario il comportamento di una commissione di collaudo che ritardi  oltre il termine di sei mesi dalla data di ultimazione dei lavori l'emissione  del certificato di collaudo, ove ciò comporti la corresponsione all'appaltatore  di interessi moratori.” Si richiamano, altresì, le deliberazioni n. 48/2007 e  n. 81/2012.
Nel caso in cui, pertanto, il ritardo nell’emissione  del certificato di collaudo e nella sua approvazione sia imputabile al  comportamento della stazione appaltante, senza che possa addebitarsi  all’appaltatore alcun comportamento ostativo alle operazioni di collaudo, si  delinea una fattispecie di inadempimento contrattuale, suscettibile di  richiesta di risarcimento danno.
Quanto sopra, tuttavia, in relazione al caso di specie,  non comporta un automatico riconoscimento di un inadempimento a carico della  stazione appaltante, in quanto il CSA, nel prevedere il termine di tre mesi per  la conclusione delle operazioni di collaudo, stabiliva espressamente “salvo il  caso previsto dall’art. 96 del Regolamento 25 maggio 1895, n. 350.” Detta disposizione,  recante “Estensione delle verifiche di collaudo”, prevedeva che “La  verificazione del buon eseguimento di una opera ha quella estensione che il  collaudatore giudica necessaria per formarsi la convinzione che tutte le parti  dell’opera e della contabilità siano in piena regola. L’appaltatore non avrà  diritto a chiedere alcun indennizzo quando essendo nel capitolato speciale  fissato un termine entro il quale il collaudo debba compiersi, le relative  operazioni, in conseguenza delle verificazioni di cui sopra, non potessero, per  cause indipendenti dalla volontà dell’amministrazione, condursi a compimento  entro il termine stabilito.”
Pertanto, pur senza entrare nel merito specifico della  questione, il riconoscimento al diritto al risarcimento del danno deve essere  valutato alla luce sia di un eventuale comportamento inadempiente a carico  della stazione appaltante, sia alla luce di quanto prescritto dal riportato  art. 96, del Regolamento n. 350/1895.

Quanto alla questione concernente l’individuazione dell’arco  temporale da prendere in considerazione ai fini del risarcimento, occorre  considerare che con l’emissione del certificato di collaudo da parte del  collaudatore non si esaurisce il rapporto contrattuale tra le parti, dovendo il  committente approvare il collaudo, atto con il quale l’amministrazione  manifesta la volontà di accettare l’opera eseguita dall’appaltatore in quanto  rispondente al progetto commissionato e definisce il rapporto d’appalto.
L’attuale normativa, all’art. 234 del Regolamento,  individua le modalità ed i termini per l’approvazione degli atti di collaudo:  in particolare, la deliberazione sull’ammissibilità del certificato di collaudo  deve intervenire entro sessanta giorni dalla data di ricevimento degli atti di  collaudo. La deliberazione sull’ammissibilità rappresenta il presupposto per  l’approvazione espressa del certificato di collaudo.
Il legislatore ha, altresì, dettato disposizioni, nel  solco innovativamente tracciato sul punto dalla legge 109/1994 e dal d.P.R.  554/1999,  per l’eventuale inerzia della  stazione appaltante al comma 3 dell’art. 141 del codice, attribuendo carattere  provvisorio al certificato di collaudo, la cui definitività si assume decorsi  due anni dall’emissione del medesimo certificato. Decorso tale termine, il collaudo  si intende tacitamente approvato ancorché l’atto formale di approvazione non  sia intervenuto entro due mesi dalla scadenza del medesimo termine. Pertanto,  il collaudo diviene definitivo o per approvazione espressa o per approvazione  tacita, decorsi due anni e due mesi dal certificato di collaudo provvisorio. In  tale ultimo caso, il silenzio dell’amministrazione assume un significato  legale, positivo e tacito, restando preclusa, con la normativa vigente,  l’ipotesi di un ritardo determinante inadempimento risarcibile. L’inadempimento  risarcibile, invece, si determina in caso di mancato rispetto del termine di  sei mesi dall’ultimazione dei lavori previsto per l’emissione del certificato  di collaudo.
In riferimento al caso di specie, tuttavia, occorre  tener presente che la normativa applicabile al contratto di appalto – legge  regionale siciliana n. 21/1985 e s.m., CGA n. 1063/1962 - non prevedeva  l’approvazione tacita del collaudo decorsi due anni e due mesi dal certificato  di collaudo. Pertanto, nell’eventuale presenza di un inadempimento al vincolo  pattizio di cui all’art. 19 del   CSA,   si dovrà prendere in  considerazione il periodo che decorre dalla data di scadenza del termine contrattualmente  previsto per l’emissione del certificato e la conclusione del collaudo sino  alla data in cui tale procedimento si è effettivamente concluso con il  provvedimento di approvazione, tenendo, altresì, in debito conto l’avvenuta  consegna provvisoria delle opere.

Per quanto attiene al successivo quesito sottoposto a  questa Autorità, concernente la necessità o meno che l’appaltatore debba aver  formulato le domande risarcitorie,  a  pena di decadenza, nel certificato di collaudo, si rappresenta quanto segue.
In tema di riserve, l’Autorità ha chiarito - AG 38/2012  - che le stesse “sono lo strumento di cui si può avvalere l’appaltatore al fine  di avanzare pretese precise su fatti tecnici e economici inerenti l’esecuzione  del contratto”  e “Con riferimento al  contenuto della riserva si osserva che essa non riguarda unicamente fatti di  natura contabile, ma tutti i fatti inerenti al rapporto contrattuale che siano  idonei a produrre spesa. Le riserve, quindi,   possono avere un contenuto vario e riguardare, a titolo di esempio,  l’esattezza delle registrazioni contabili e il rilevamento dei lavori eseguiti,  l’applicazione dei prezzi contrattuali; posso altresì riguardare comportamenti  dell’appaltatore o della stazione appaltante nell’adempimento delle reciproche  obbligazioni; possono trarre origine da evenienze imprevedibilmente connesse al  compimento delle opere (es. eventi di forza maggiore).le riserve di tale natura  debbono essere tempestivamente iscritte nella contabilità dei lavori. L’onere  della tempestiva iscrizione delle riserve non riguarda, invece, i comportamenti  dolosi o colposi dell’amministrazione che non abbiano incidenza diretta  sull’andamento dei lavori.”
In particolare, l’onere di proporre riserva a carico  dell’appaltatore ha lo scopo di consentire all’amministrazione la conoscibilità  di tutte le situazioni che possano incidere sul costo complessivo dell’opera,  che si verificano in corso di esecuzione (Cassazione civile, sez. I, 19/5/1989,  n.2395) anche al fine di poter valutare, se del caso, l’opportunità del  mantenimento del rapporto contrattuale, nel giusto bilanciamento interesse  pubblico / onere economico. Detto onere, tuttavia,  non investe le pretese concernenti fatti  indipendenti o estranei alla contabilità, per le quali non risulta comminata  alcuna decadenza per inosservanza dell’onere di proporre riserva. Ed infatti,  l’art. 190 del Regolamento n. 207/2010 - che riprende in parte qua quanto già  prescritto dall’art. 165 del d.P.R. n. 554/1999 e precedentemente dall’art. 54  del Regolamento n. 350/1895 - fa espressamente richiamo ai “fatti registrati”  che si intendono “definitivamente accertati” ove le riserve non siano state  apposte nei termini e modi prescritti, di modo che “l’esecutore decade dal  diritto di far valere in qualunque termine e modo le riserve o le domande che  ad essi si riferiscono.”
Inoltre, per quanto attiene alle richieste formulate  dall’esecutore sul certificato di collaudo, l’art. 233 del Regolamento, prevede  che all’atto della firma l’appaltatore può aggiungere le richieste che ritiene  opportune, rispetto alle operazioni di collaudo: tali richieste devono essere  formulate e giustificate nel modo prescritto con riferimento alle riserve, con  conseguente onere di iscrizione. Si tratta di richieste che, per loro natura,  non dovevano essere proposte a suo tempo in sede di firma del registro di  contabilità o della sua chiusura ai fini della redazione del conto finale e  sono domande che l’appaltatore intende proporre rispetto alle operazioni  tecniche del collaudo. Pertanto, con la sottoscrizione del certificato di  collaudo vengono accettati i contenuti del certificato stesso, relativamente  alle opere eseguite ed alla relativa contabilità, di modo che la mancata  apposizione di riserve o domande al momento della sottoscrizione del  certificato di collaudo “preclude all’appaltatore solamente la possibilità di tutelare  i propri diritti eventualmente lesi dalle modalità delle stesse operazioni di  collaudo e non qualunque diritto derivante dal contratto, quale quello relativo  – come nella specie – al risarcimento del danno causato dall’ingiustificato  ritardo nel pagamento del corrispettivo contrattuale da parte del committente.”  (Cassazione , civile, sez. I. 16/6/1997, n. 5373).
Specificamente, è consolidato orientamento della  Cassazione quello secondo il quale “a fronte del comportamento omissivo  dell’ente appaltante nell’effettuazione del collaudo l’appaltatore può far  valere direttamente i suoi diritti in sede giudiziaria e arbitrale, senza dover  preventivamente mettere in mora la P.A. o assegnarle un termine, e tanto meno  attivare il procedimento di cui all’art. 1183 c.c. (v. Cass. 1998/6036; S.U.  1995/7550; 1993/12014; 1992/12513; 1998/6559)” (Cassazione, 11/3/2002 n. 5135).

Sulla base di quanto sopra, si ritiene di concludere  sul punto nei termini secondo i quali la mancata iscrizione di riserve al  momento della sottoscrizione del certificato di collaudo non sia preclusiva  della possibilità di azionare in sede giudiziaria, nei limiti della  prescrizione, la domanda risarcitoria.

In ordine alla quantificazione del danno, si rimettono  infine le seguenti considerazioni.

L’emissione del certificato di collaudo libera  l’appaltatore dall’obbligo di custodia e di manutenzione dell’opera ultimata,  pertanto la mancata osservanza del termine per la sua emissione, onera  l’esecutore degli obblighi di custodia e di manutenzione dell’opera,  tranne nel caso si sia proceduto, ai sensi  dell’art. 230 del Regolamento, alla presa in consegna anticipata dell’opera,  prima dell’emissione del certificato di collaudo provvisorio, nel qual caso continua  a gravare sull’esecutore  l’obbligo di  manutenzione ma non la custodia, che viene assunta in carico  dall’amministrazione. Peraltro, la dottrina ha avuto modo di precisare che  anche l'obbligo di manutenzione è sottoposto ad alcune limitazioni. In  particolare esso non potrà ricomprendere quelle attività manutentive anche  ordinarie che dovessero essere determinate proprio dall'utilizzo dell'opera, ma  resteranno a carico dell’appaltatore solo quelle indipendenti da tale uso,  necessarie appunto per il corretto espletamento del collaudo.
A carico dell’esecutore restano altresì gli oneri  economici relativi alle ritenute di garanzia a favore dei lavoratori ex art. 4,  comma 3, del Regolamento che, fissate nella misura dello 0,50 per cento, sono  svincolate dopo l’approvazione del certificato di collaudo. Si deve precisare,  tuttavia, che all’epoca dell’appalto in esame, la normativa non prevedeva  l’istituto della consegna anticipata delle opere prima dell’emissione del  certificato di collaudo provvisorio ed infatti, nel caso di specie, è stata  effettuata la consegna delle opere dopo l’emissione del certificato di  collaudo.
Il danno subito a causa del ritardo nell’emissione del  certificato di collaudo comprende le spese generali, limitatamente a quelle che  continuano ad operare nelle more della emissione dello stesso certificato, che  riguardano le spese amministrative d’impresa ancora attive e la custodia e  guardiania delle opere cui l’appaltatore è tenuto fino al collaudo, nonché i  premi pagati per garanzie fidejussorie  e  per la copertura assicurativa dei danni di esecuzione e responsabilità civile  verso terzi (cfr. lodo arbitrale 09/07/2008 n. 95/2008; lodo arbitrale 30 marzo  2010 n. 45/2010).
La normativa  vigente non ha stabilito un criterio globale di valutazione forfettario di  tali  spese in analogia a quanto sancito  dall’art. 160 del Regolamento per l’evento dipendente da sospensione  illegittima dei lavori.
Tenuto conto  delle difficoltà valutative di tali oneri, sono intervenute decisioni arbitrali  che li hanno ritenuti riconoscibili, in via equitativa, con un compenso pari al  2% annuo sull’importo netto contrattuale, ridotto di spese generali (13%) ed  utile (10%) e rapportato al tempo di ritardo. Si può infine segnalare una  pronuncia della Cassazione, n. 885/2008, che ha ritenuto il rimborso  all’appaltatore delle somme versate in più per mantenere attive le polizze  fidejussorie contratte a garanzia degli obblighi derivanti dall’appalto un  debito di valore, con la conseguenza che gli interessi dovuti, in quest’ottica,  vanno calcolati sulle somme via via rivalutate.

Maria Luisa Chimenti