Delibera n. 619 del 4 luglio 2018


Oggetto: Accordo stipulato tra RFI  ed ISPRA in data 16 gennaio 2018 - affidamento a terzi di servizi di ricerca e  sviluppo - applicazione dell’art. 158 del  d.lgs. 50/2016 - richiesta di  parere.
AG  7/2018/AP

Il Consiglio

Visto il decreto legislativo n. 50/2016 e  s.m.i.;
Visto l’appunto dell’Ufficio  Precontenzioso e Pareri;

Considerato  in fatto
Con nota pervenuta in data 17 maggio 2018  ed acquisita al prot. n. 42182 e successiva integrazione pervenuta in data 11  giugno 2018, acquisita al prot. n. 49987, l’Istituto Superiore per la  Protezione e la Ricerca Ambientale – ISPRA – ha sottoposto all’attenzione  dell’Autorità una richiesta di parere in relazione alla possibilità di derogare  alla disciplina dettata dal d.lgs. 50/2016 ai fini dell’affidamento delle  attività di ricerca e sviluppo previste nell’Accordo stipulato con RFI in data  16 gennaio 2018 in materia di dissesto idrogeologico.
Più in dettaglio, ISPRA riferisce che  l’obiettivo perseguito con l’Accordo sopra indicato è il miglioramento e  l’aggiornamento del «quadro conoscitivo attuale sulle frane e sulle aree a  pericolosità da frana lungo la rete ferroviaria italiana gestita da RFI che ha,  tra i suoi compiti principali, quello di garantire la sicurezza della  circolazione ferroviaria e di mantenere la continua efficienza e utilizzabilità  della rete». Si tratta, quindi, di finalità di interesse pubblico, coerenti anche  con i compiti istituzionali di ISPRA in materia di dissesto idrogeologico.
Per effetto di tale Accordo RFI riconosce  ad ISPRA un corrispettivo che sarà utilizzato anche per l’acquisizione di  servizi di ricerca e sviluppo sperimentale, necessari per la realizzazione  delle attività demandate all’Istituto stesso.  
L’istante evidenzia al riguardo che  l’Accordo, della durata di sei anni complessivi, prevede due fasi di  intervento:

       
  • Una prima fase (Fase A) della durata di  trenta mesi, volta a testare una metodologia sperimentale su tre tratte  ferroviarie campione, scelte come rappresentative delle tipologie di frana  presenti in Italia (una tratta Adriatica da Termoli a Falconara e da Falconara  a Terni, una nel settore tirrenico della costa ligure, dal confine  Italo-Francese a Sarzana e da Genova a Tortona fino al confine regionale della  Liguria, e la terza in Sicilia, da Palermo a Messina e da Messina a Catania,  per una lunghezza complessiva di 1.169 km). Le attività da svolgere comprendono  l’aggiornamento/integrazione dei fenomeni franosi, lo sviluppo di modelli e  mappe di suscettibilità da frana, l’interpretazione e il confronto dei dati  satellitari. Attività caratterizzate da una forte componente di innovazione e  ricerca, implementando aspetti innovativi (come la definizione di una procedura  sperimentale per l’aggiornamento della mappatura dei processi franosi lenti;  sviluppo, test e applicazione sperimentale di modelli statistici per la  valutazione della suscettibilità per frane lente, ed altre attività elencate  nel dettaglio nell’istanza di parere).
  •    
  • Una seconda fase (Fase B) della durata di  42 mesi, avviata a seguito dell’ultimazione della Fase A, nella quale saranno  effettuati ulteriori studi su altre tratte ferroviarie potenzialmente soggette  a fenomeni franosi.

In  relazione a quanto sopra, l’istante evidenzia che le attività di ricerca e  sviluppo ricomprese nella Fase A, saranno affidate da ISPRA, per ciascuna  tratta ferroviaria, a soggetti altamente qualificati, in possesso di elevata  specializzazione e comprovata esperienza nell’identificazione e mappatura delle  frane, nello sviluppo di modelli di suscettibilità da frana e  nell’interpretazione/confronto di dati interferometrici satellitari.
Al  fine di valutare l’esistenza di società operanti sul mercato e con esperienza  nelle descritte attività, l’ISPRA ha effettuato una ricognizione dei curricula/portfolio  di società di geologia/ingegneria pubblicati sul web. All’esito di tale  ricognizione, l’istante avrebbe accertato che non esistono società che abbiano  maturato una adeguata esperienza o competenza in tutti i predetti settori.
Tuttavia,  tali attività potrebbero essere svolte da Università/Centri di Ricerca  altamente qualificati ed in possesso di elevata specializzazione e comprovata  esperienza nel settore.
In  relazione a quanto sopra ISPRA chiede, quindi, all’Autorità di esprimere avviso  in relazione all’applicazione dell’art. 158 del d.lgs. 50/2016 alle attività di  ricerca sperimentale ed applicata ricomprese nella Fase A dell’Accordo, sulla  base delle seguenti considerazioni:

       
  • le predette attività non sono svolte  nell’esclusivo interesse dell’Istituto ma sono volte all’«accrescimento delle  conoscenze scientifiche in una data materia, ossia il perseguimento di finalità  più generali direttamente correlate con l’interesse dell’intera collettività» (come  evidenziato nella delibera Anac n. 1301/2016);
  •    
  • quanto alla sussistenza della condizione  di cui all’art. 158, co.1, lett. a), del d.lgs. 50/2016, i risultati del  servizio prestato dall’Università prescelta non sarebbero di esclusiva  proprietà di ISPRA, ma sussisterebbe una comproprietà dei risultati ottenuti  con l’Università che fornisce il servizio;
  •    
  • quanto alla sussistenza della condizione  di cui all’art. 158, co.1, lett. b), del Codice, la prestazione del servizio  sarebbe retribuita da ISPRA, fatta eccezione per i costi indiretti che  rimarrebbero a carico delle Università;
  •    
  • in considerazione dell’oggetto delle  prestazioni rese dall’Università, sarebbe prevista nel contratto una  condivisione fra le parti dei rischi (insiti nella aleatorietà della ricerca  richiesta) e dei benefici (ravvisabili nelle utilità che deriverebbero  all’Università dall’eventuale ulteriore applicazione di un modello già  sperimentato con successo, di cui è comproprietaria).
  •    
  • il servizio di ricerca applicata richiesto  all’Università avrebbe ad oggetto attività di ricerca, sviluppo e innovazione  per la realizzazione di un modello tecnologico non ancora esistente sul  mercato.

Alla luce di quanto sopra, ISPRA chiede un  parere in ordine alla sussistenza di una deroga alla disciplina in materia di  contratti pubblici ai fini dell’affidamento dei servizi in parola in favore di  istituti universitari o centri di ricerca.
Ove ritenuta sussistente tale deroga,  l’istante rappresenta di voler comunque procedere all’affidamento delle  attività sopra indicate mediante selezione dell’affidatario, preceduta da  invito di almeno cinque concorrenti (soggetti pubblici dotati da un elevato  grado di specializzazione ed esperienza nei servizi in parola) e previa  pubblicazione sul sito web dell’Istituto di un “Avviso di manifestazione di  interesse” contenente l’indicazione dell’oggetto, dell’importo  dell’affidamento, dei requisiti richiesti per la partecipazione, i tempi di  trasmissione dell’offerta tecnico-economica, i criteri di selezione dei  soggetti invitati in numero massimo di cinque. La valutazione delle offerte  sarebbe affidata ad una Commissione tecnica; il RUP trasmetterebbe tutta la  documentazione al Direttore Generale ai fini della stipula del contratto di  ricerca.
Si chiede, quindi, all’Autorità di  esprimere avviso su quanto sopra rappresentato.

 

Ritenuto  in diritto

Al fine di rendere il richiesto parere, sembra  opportuno esaminare la fattispecie sotto un duplice profilo. In primo luogo,  sembra necessario valutare i contenuti dell’Accordo stipulato in data 16  gennaio 2018 tra RFI e ISPRA, al fine di verificare se ricorrano le condizioni  previste dall’art. 5, comma 6, del Codice per la conclusione degli accordi di  partenariato pubblico-pubblico; in secondo luogo, occorre stabilire se sussistono,  nella fattispecie, le condizioni previste nell’art. 158 del Codice, ai fini  dell’applicazione della disciplina ivi recata per l’affidamenti a terzi dei  servizi previsti nel suindicato Accordo, secondo quanto richiesto da ISPRA.
Passando quindi ad analizzare i contenuti  dell’Accordo del 16 gennaio 2018 (per gli aspetti che rilevano in questa sede),  può osservarsi quanto segue:

       
  • In via preliminare si dà atto, nelle premesse, che in data 30.05.2003 è  stato stipulato tra Ministero dell’Ambiente e del Territorio, Ministero delle  Infrastrutture e dei Trasporti e Gruppo RFI, un Protocollo d’Intesa per la  realizzazione degli interventi di mitigazione e riduzione delle immissioni e  delle emissioni sonore lungo la rete ferroviaria nazionale. In tale Protocollo di  intesa si prevedeva la costituzione di un Comitato Tecnico Operativo Congiunto  (con il compito di valutare e monitorare gli interventi di risanamento acustico  della cui realizzazione si era assunto l’impegno RFI) il quale poteva avvalersi  della collaborazione dell’ex APAT (oggi ISPRA). In data 10.11.2005, RFI ed ex APAT  (ISPRA) hanno sottoscritto una convenzione per il “trasferimento di risorse  finanziarie per l’effettuazione di prestazioni di supporto al Comitato Tecnico  Operativo Congiunto”, sulla base della quale RFI avrebbe trasferito all’ex APAT  l’importo complessivo di € 11.812.151,00 + IVA, in due rate annuali; di queste,  la prima di euro 4.868.306,00 + IVA, è stata versata all’ex APAT (ora ISPRA)  nel 2005. Posto che la Convenzione del 2005 non ha avuto alcun seguito, con  nota prot.0008583/RIN del 01.06.2016, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela  del Territorio e del Mare ha dichiarato superato sia il Protocollo di Intesa  del 2003, con il quale è stato istituito il Comitato Tecnico Operativo  Congiunto, sia i relativi atti attuativi, inclusa la Convenzione del 2005 (tra  RFI ed ex APAT), rimettendo ad ISPRA, nel  suo rapporto con RFI, ogni valutazione in ordine all’utilizzo della somma già  versata da tale società, secondo le opportune finalità istituzionali.  
  •    
  • RFI ed ISPRA hanno quindi stabilito di stipulare l’Accordo del 16.1.2018  avente ad oggetto la realizzazione, in  luogo degli interventi previsti nella Convenzione del 2005, di interventi  in tema di “Dissesto idrogeologico” sulla rete ferroviaria italiana, concordando di finanziare dette attività con  il totale riutilizzo delle somme già versate nel 2005 da RFI ad APAT.
  •    
  • In virtù del predetto Accordo, che ha oggetto la collaborazione tra RFI  ed ISPRA in materia di “Dissesto Idrogeologico” (art. 2), ISPRA si impegna quindi  a svolgere o a far svolgere secondo le modalità illustrate nell’Accordo stesso,  le attività ivi previste, che si articolano in due Fasi (come illustrate nelle  premesse in fatto). Tali attività sono quantificate in euro 4.868.306,00  corrispondenti alla prima tranchedi pagamento versata da RFI all’ex APAT nel  2005 (art. 5).
  •    
  • RFI si riserva di effettuare controlli in merito alle attività svolte da  ISPRA (accertamento della regolare esecuzione delle attività poste a carico di  ISPRA) (art. 4).
  •    
  • Fermo restando il rispetto della normativa vigente in materia di  contratti pubblici, per l’espletamento delle suindicate attività, ISPRA può  avvalersi di soggetti che operano sotto la sua direzione e responsabilità e  verso i quali RFI non assumerà alcun obbligo. Dette prestazioni verranno  affidate da ISPRA a soggetti, pubblici o privati, altamente qualificati ed in  possesso di elevata specializzazione e comprovata esperienza, individuati secondo  le modalità fissate dalla normativa vigente; ISPRA si impegna a far rispettare  ai propri contraenti, oltre alla normativa in materia di contratti pubblici,  ogni altra normativa applicabile alle fattispecie in questione con particolare  riferimento a quella in materia di antimafia, sicurezza del lavoro, regolarità  contributiva, tracciabilità dei flussi finanziari (art. 10).
  •    
  • Quanto alla proprietà intellettuale dei prodotti realizzati e dei  risultati ottenuti in esecuzione dell’Accordo, si prevede che gli stessi sono  di esclusiva proprietà di RFI la  quale potrà disporne pienamente (art. 14). ISPRA, nell’esercizio dei propri  compiti istituzionali e previa comunicazione a RFI, potrà utilizzare, elaborare  e pubblicare i dati e le metodologie elaborati.

Dall’esame dell’Accordo emerge quindi, in  primo luogo, sotto il profilo soggettivo, che lo stesso è stato stipulato tra  due amministrazioni aggiudicatrici [RFI (partecipata al 100% da Ferrovie dello  Stato s.p.a., a sua volta interamente partecipata dal MEF e qualificabile come  organismo di diritto pubblico ex art. 3, Codice, come evidenziato nel parere  sulla normativa AG28/2010 del 15 marzo 2011) ed ISPRA (ente pubblico di ricerca).
Sotto il profilo oggettivo, lo stesso riguardalo  svolgimento di attività di ricerca e sviluppo, come definite nell’istanza di  parere, ossia il miglioramento e l’aggiornamento del “quadro conoscitivo  attuale sulle frane e sulle aree a pericolosità da frana lungo la rete  ferroviaria italiana gestita da RFI”. Dette attività sono demandate ad ISPRA  [la quale potrà avvalersi di terzi per lo svolgimento delle stesse] e  quantificate in euro 4.868.306,00, quale somma corrispondente al pagamento già  effettuato da RFI nel 2005 in favore dell’ex APAT, in forza della Convenzione  del 2005. Si dispone, infine, che quanto elaborato in esecuzione dell’Accordo è di esclusiva  proprietà di RFI (è prevista la possibilità per ISPRA di utilizzare i dati  ottenuti per fini istituzionali e previa comunicazione a RFI, nei limiti di cui  all’art. 14 dell’Accordo).
Al fine di stabilire se un simile Accordo  possa ritenersi conforme alle disposizioni dell’art. 5, comma 6, del d.lgs.  50/2016, si osserva preliminarmente che ai sensi di tale norma, la disciplina  dettata dal Codice non trova applicazione agli accordi conclusi “esclusivamente tra due o più  amministrazioni aggiudicatrici” quando sono soddisfatte tutte le seguenti  condizioni:  

       
  • l’accordo stabilisce o realizza  una cooperazione tra le amministrazioni aggiudicatrici o gli enti  aggiudicatori partecipanti, finalizzata a garantire che i servizi pubblici che  essi sono tenuti a svolgere siano prestati nell’ottica di conseguire gli obiettivi  che essi hanno in comune;
  •    
  • l’attuazione di tale cooperazione è retta  esclusivamente da considerazioni inerenti all’interesse pubblico;
  •    
  • le amministrazioni aggiudicatrici o gli  enti aggiudicatori partecipanti svolgono sul mercato aperto meno del 20  per cento delle attività interessate dalla cooperazione.

Come osservato dall’Autorità (parere AG14/2017/AP) la norma sopra richiamata, dettata  in recepimento dell’art. 1, paragrafo 6, della direttiva 24/2014/UE, indica  in maniera tassativa i limiti entro i quali detti accordi possono essere  conclusi, affinché possa ritenersi legittima l’esenzione dal Codice; la norma  disciplina comunque un istituto già previsto in linea generale dall’art. 15  della l. n.241/1990, ai sensi del quale «anche al di fuori delle ipotesi previste  dall’articolo 14, le amministrazioni pubbliche possono sempre concludere tra  loro accordi per disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività  di interesse comune».
In relazione all’istituto in esame l’Autorità  ha espresso avviso in diverse pronunce (in particolare det.n. 7/2010), osservando  che il citato art. 15 prefigura un modello convenzionale attraverso il  quale le pubbliche amministrazioni coordinano l’esercizio di funzioni proprie  in vista del conseguimento di un risultato comune in modo complementare e  sinergico, ossia in forma di reciproca collaborazione, in maniera gratuita  e nell’obiettivo comune di fornire servizi indistintamente a favore della  collettività. L’Autorità ha quindi precisato i limiti del ricorso a tali  accordi tra PA, chiarendo che:   

       
  • l’accordo  deve regolare la realizzazione di un interesse pubblico, effettivamente comune ai partecipanti, che le  parti hanno l’obbligo di perseguire come compito principale, da valutarsi alla  luce delle finalità istituzionali degli enti coinvolti;   
  •    
  • alla  base dell’accordo deve esserci una reale divisione di compiti e  responsabilità;   
  •    
  • i  movimenti finanziari tra i soggetti che sottoscrivono l’accordo devono  configurarsi solo come ristoro delle spese sostenute, essendo escluso il pagamento  di un vero e proprio corrispettivo, comprensivo di un margine di  guadagno;   
  •    
  • il  ricorso all’accordo non può interferire con il perseguimento  dell’obiettivo principale delle norme comunitarie in tema di appalti pubblici,  ossia la libera circolazione dei servizi e l’apertura alla concorrenza non  falsata negli Stati membri.

In coerenza con l’avviso giurisprudenziale  in materia (Corte di Giustizia UE, ord.16 maggio 2013, causa C-564/11; sent. 19  dicembre 2012, causa C-159/11; Consiglio di Stato, sent. n. 3130 del 23/06/2014  e n. 3849 del 15 luglio 2013), l’Autorità ha ulteriormente osservato  sull’argomento (pareri sulla normativa AG/07/15/AP, AG34/16/AP e Del. n. 216/2016, riferiti all’assetto  normativo recato da d.lgs. 163/2006), che le  direttive sugli appalti devono essere applicate sulla base di un  approccio funzionale, e cioè in modo coerente con gli obiettivi ad esse  sottesi, i quali consistono nell’imporre alle amministrazioni il rispetto della  concorrenza laddove debba affidare attività economicamente contendibili.  Conseguentemente, gli accordi tra PA sono necessariamente quelli aventi la  finalità di disciplinare attività non deducibili in contratti di diritto  privato, perché non inquadrabili in alcuna delle categorie di prestazioni  elencate nell’allegato II-A alla direttiva appalti 2004/18/CE; il contenuto e  la funzione elettiva di tali accordi è quella di regolare le rispettive  attività funzionali, purché di nessuna di queste possa appropriarsi uno degli  enti stipulanti. Pertanto, qualora un’amministrazione si ponga rispetto  all’accordo come un operatore economico, prestatore di servizi e verso un  corrispettivo, anche non implicante il riconoscimento di un utile economico ma  solo il rimborso dei costi, non è possibile parlare di una cooperazione tra  enti pubblici per il perseguimento di funzioni di servizio pubblico  comune, ma di uno scambio tra i medesimi. Negli accordi tra amministrazioni  pubbliche, pertanto, assume rilievo la posizione di equiordinazione tra le  stesse, al fine di coordinare i rispettivi ambiti di intervento su oggetti di  interesse comune e non di comporre un conflitto di interessi di carattere  patrimoniale; occorre, in sostanza, una “sinergica  convergenza” su attività di interesse comune, pur nella diversità  del fine pubblico perseguito da ciascuna amministrazione. Tale convergenza  difetta nel caso in cui  il contratto sia inquadrabile nel paradigma  generale previsto dall’art. 1321 cod. civ., essendo caratterizzato dalla  patrimonialità del rapporto giuridico con esso costituito e disciplinato, a  causa della riconducibilità delle prestazioni demandate all’ente di servizi che  - pur rientranti in astratto nella sua istituzionale funzione - sono  annoverabili tra le attività di cui all’allegato II-A alla direttiva  2004/18 e sono destinate ad essere fatte proprie dall’Amministrazione  affidante, in quanto strumentali rispetto ai suoi compiti, con acquisizione di  una utilitas in via  diretta delle  stesse.
Sulla base delle considerazioni che  precedono è stato, quindi, osservato che una convenzione tra PA, rientra  nell’ambito di applicazione dell’art. 15, l. 241/1990 ove regoli la  realizzazione di interessi pubblici effettivamente comuni alle parti, con una reale divisione di  compiti e responsabilità, in assenza di remunerazione (ad eccezione del ristoro delle spese sostenute) e senza interferire con gli interessi  salvaguardati dalla normativa sugli appalti pubblici.
Dall’avviso dell’Autorità sopra riportato  emerge dunque che l’Accordo del 16.1.2018 stipulato tra RFI e ISPRA, come sopra  illustrato, non presenta i caratteri tipici del partenariato pubblico-pubblico,  trattandosi invero di un affidamento di servizi da RFI ad ISPRA, dietro  pagamento di un corrispettivo, senza una reale condivisione di attività e  risultati (i quali sono di esclusiva proprietà di RFI) ed in assenza di una  sinergica convergenza su attività di interesse comune, quali elementi richiesti  ai fini dell’applicazione dell’art. 5, comma 6, del Codice.
Che si tratti  di un appalto di servizi emerge altresì dalle disposizioni dell’art. 158 del  d.lgs. 50/2016, ai sensi del quale «Relativamente ai servizi di ricerca e sviluppo le  disposizioni di cui al presente codice si  applicano esclusivamente ai contratti per servizi di ricerca e sviluppo  identificati con i codici CPV da 73000000-2 a 73120000-9, 73300000-5,  73420000-2 o 73430000-5, purché siano soddisfatte entrambe le seguenti condizioni:

       
  • i risultati appartengono esclusivamente all’amministrazione aggiudicatrice e all’ente aggiudicatore,  affinché li usi nell’esercizio della sua  attività;
  •    
  • la prestazione del servizio è interamente  retribuita dall’amministrazione aggiudicatrice e dall’ente aggiudicatore.

La  disposizione, che conferma la disciplina dei contratti di ricerca e sviluppo  già prevista nel previgente art. 19, comma 1, lett. f) del d.lgs. 163/2006, è  stata oggetto di esame da parte dell’Autorità (Pareri sulla normativa AG42/2013  e AG 52/2016), la quale ha osservato che la deroga alla normativa di evidenza  pubblica ricorre tutte le volte in cui l’affidamento dei servizi di ricerca  sia disposto non nell’interesse esclusivo  dell’amministrazione appaltante, per la soddisfazione di fini particolari  di quest’ultima, ma anche per l’accrescimento delle conoscenze scientifiche in  una data materia, ossia per il perseguimento di finalità più generali  direttamente correlate con l’interesse dell’intera comunità e, più in  particolare, con quello di favorire e promuovere la ricerca e lo sviluppo ai  sensi dell’art. 163 del Trattato CE.
L’Autorità  ha quindi distinto tra gli incarichi di studio, ricerca, consulenza e  collaborazione ricompresi nell’allegato IIA del (previgente) d.lgs. 163/2006,  ossia quelli i cui benefici sono a diretto vantaggio della stazione appaltante  ed i cui risultati sono utilizzati dalla stessa nell’esercizio della propria  attività istituzionale, come tali sottoposti alla disciplina del Codice e  quelli che, invece, sono sottratti a tale disciplina (in passato previsti  dall’art. 19, comma 1 lett. f), in quanto diretti a perseguire una finalità  scientifica a vantaggio e nell’interesse dell’intera collettività, chiarendo  che  per questi ultimi trovano comunque applicazione  i principi di cui all’art. 27 del Codice (oggi sostituito dall’art. 4 d.lgs.  50/2016) (del. 72/2009).
Dunque la deroga all’evidenza pubblica è  prevista e consentita esclusivamente nel caso in cui attraverso il servizio di  ricerca si persegua una finalità scientifica a vantaggio e nell’interesse  dell’intera collettività, quindi ove non ricorrano entrambe le condizioni  previste nel richiamato art. 158 del d.lgs. n. 50/2016, fermo restando – come  sottolineato dall’Autorità – il rispetto anche in tale caso dei principi  sanciti dal citato art. 4 del Codice.
Le  considerazioni che precedono consentono, quindi, di confermare – in relazione  all’Accordo in esame – che lo stesso configura un affidamento di servizi di  ricerca sottoposto alla disciplina dettata dal d.lgs. 50/2016, ricorrendo nella  fattispecie le due condizioni previste a tal fine dal citato art. 158: i) i risultati dei servizi previsti  nell’Accordo appartengono esclusivamente ad RFI ai fini dell’esercizio della sua attività, (ii) il pagamento del corrispettivo è posto interamente a carico di RFI  e peraltro già versato dalla stessa società in favore di ISPRA nel 2005 (come  evidenziato nelle premesse dell’Accordo).
Per le  motivazioni illustrate, l’Accordo concluso tra RFI ed ISPRA presenta, quindi,  profili di non conformità sia alle disposizioni dell’art. 5, comma 6, d.lgs.  50/2016 sia alle previsioni dell’art. 158 dello stesso decreto legislativo.
Tali considerazioni  consentono di ritenere superato il quesito formulato da ISPRA, in relazione  alla possibilità di affidare a terzi (Università e Centri di ricerca) parte dei  servizi inclusi nel suindicato Accordo, in deroga alle disposizioni del d.lgs.  50/2016, ritenendo non sussistenti – in merito a tali affidamenti – le  condizioni previste dal citato 158.
Invero, trattandosi  di un Accordo non coerente con le norme del Codice sopra richiamate, deve  ritenersi non consentito procedere ad eventuali (sub)affidamenti da parte di ISPRA  a soggetti terzi dei servizi previsti nell’Accordo stesso.

Alla luce di tutto quanto sopra,

Il Consiglio

       
  • l’Accordo  concluso tra RFI ed ISPRA presenta profili di non conformità alle disposizioni  dell’art. 5, comma 6, d.lgs. 50/2016 ed alle previsioni dell’art. 158 dello  stesso decreto legislativo;
  •    
  • dispone la comunicazione della presente  deliberazione alla Corte dei conti per eventuali profili di competenza, con  particolare riferimento al versamento di somme avvenuto nel 2005, da parte di  RFI all’ex APAT (oggi ISPRA), per lo svolgimento di servizi da parte di tale  istituto; servizi mai effettuati, secondo quanto evidenziato nelle premesse  dell’Accordo del 16.1.2018 concluso tra le stesse parti.

 

Raffaele Cantone

Depositato presso  la Segreteria del Consiglio in data 12 luglio 2018

Il Segretario Maria Esposito

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