CONFINDUSTRIA

Servizi innovativi e tecnologici

 

Osservazioni sul documento base “Problematiche relative alla partecipazione alle gare di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006 delle Università e degli Istituti similari”

Audizione presso l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture del 7 luglio 2010

 

Desideriamo innanzitutto ringraziare l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture per l’invito all’audizione odierna nell’ambito della consultazione problematiche relative alla partecipazione alle gare di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006 delle Università e degli Istituti similari, un di primaria importanza per le Associazioni e le Imprese aderenti alla Federazione per le ricadute sui mercati di riferimento.


Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici rappresenta in Confindustria le imprese di Applicazioni Satellitari, Comunicazione e Marketing, Consulenza, Contenuti Digitali, e-Media, Formazione, Ingegneria, Internet, Qualità, Radiofonia e Televisione, Ricerche e Sondaggi, Servizi Tecnologici e professionali, Tecnologie Informatiche, Telecomunicazioni.

All’interno del Sistema confederale Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, a cui fanno capo 51 Associazioni di Categoria e 62 Sezioni Territoriali istituite presso le Unioni Provinciali di Confindustria, è una delle principali Federazioni nazionali di settore. La sua mission è promuovere politiche articolate per favorire la crescita dei Servizi Innovativi e Tecnologici in coerenza con le necessità di sviluppo del Sistema Paese.

Il settore dei Servizi Innovativi e Tecnologici – che in Italia esprime il 13% del PIL (elaborazioni su dati ISTAT) – annovera a livello nazionale circa 1 milione di imprese, che occupano oltre 2,5 milioni di addetti.



La Federazione, in relazione alla normativa vigente (articolo 34 del Codice dei contratti pubblici), non ritiene ammissibile la partecipazione delle Università e degli Istituti similari (nel seguito denominati anche Università) alle gare di appalto, non rientrando tale soggetti tra quelli esplicitamente indicati dalla legge.

Tale affermazione risulta giustificata anche sulla base della consolidata giurisprudenza amministrativa che si è espressa sul tema in più sedi ed in occasioni, e non cotrasta con le direttive e la giurisprudenza comunitarie sulla materia.

Il medesimo orientamento risulta dai pareri dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (nel seguito denominata anche Avcp).

Il motivo fondamentale che conduce a tali affermazioni riguarda le norme che tutelano la concorrenza i cui meccanismi diversamente verrebbero distorti/alterati per la posizione di privilegio che le Università avrebbero non dovendo sopportare gli stessi oneri e non dovendo assumere le stesse responsabilità dei soggetti che operano nell’esercizio di una attività di impresa a carattere commerciele/industriale (rischio d’impresa, requisiti economici di fatturato ecc.).

Si tratta di fatto di una limitazione soggettiva nell’accesso alle procedure di gara coerente con la caratteristica di enti non economici quali sono le Università che operano in un regime di particolare agevolazione sia sotto il profilo finanziario che per quanto riguarda la possibilità di realizzare lavori e rendere servizi in una condizione di vantaggio competitivo, rispetto agli altri soggetti operanti sul mercato, derivante proprio dalla loro natura giuridica.

Peraltro la stessa definizione dello statuto e degli scopi istituzionali di tali soggetti, che hanno come oggetto della propria attività, la didattica, la ricerca e lo studio, consentono di escludere che essi possano svolvere attività di impresa fornendo prestazioni incompatibili con detti fini istituzionali e statutari (vedi anche parere Avcp n. 127 del 24 aprile 2008).

Le considerazioni sulla materia in base alle norme comunitari (in particolare le direttive 93/37/CE e 2004/18/CE) non consentono specifiche conclusioni a favore della possibilità per le Università di partecipare alle gare d’appalto, lasciando alla normativa dei Paesi membri il compito di individuare la forma giuridica dei soggetti ammissibili. Tale orientamento trova peraltro conferma nel recente pronunciamento del Consiglio di Stato, n. 3638 dell’8 giugno 2010, che, riconoscendo l’autonomia decisionale regolata dal diritto nazionale, ribadisce la necessità della compatibilità con i fini istituzionali e statutari già indicata in più volte dai Tribunali amministrativi e, come citato, dall’Avcp.

Anche in questo caso viene confermata la possibilità del legislatore italiano di limitare la partecipazione a determinate aggiudicazioni nel mercato degli appalti pubblici nei confronti di alcune categorie di soggetti aventi natura, scopi ed attività a carattere imprenditoriale.

Tale soluzione risulta peraltro non disciminatoria nei confronti delle Università essendo esse sottoposte ad un regime di responsabilità verso terzi totalmente diverso rispetto agli operatori economici tradizionali.

Rimarrebbero da considerare particolari istituti contrattuali quali ad esempio gli spin-off e gli accordi procedimentali attraverso i quali vengono “by-passate” le regole generali individuando forme giuridiche e situazioni di intesa tra soggetti pubblici che a parere della Federazione sono spesso modi per legittimare affidamenti diretti.

In particolare si richiama l’attenzione sul fenomeno degli spin-off universitari (vedi nota Allegata). Contrariamente alla filosofia che ne aveva ispirato inizialmente la creazione (favorire la ricerca, lo sfruttamento di nuovi brevetti e il trasferimento tecnologico verso le imprese), l’obiettivo delle società partecipate dalle università oggi sembra essere quello di fornire servizi o prodotti al mercato, spesso solo alla domanda pubblica, in competizione con le aziende private. Ciò risulta evidente soprattutto nel campo dei servizi ICT e della consulenza ma è in forte crescita anche nei settore della consulenza ambientale e dei laboratori di analisi, laddove si possono sfruttare strutture e knowledge delle università.

Quanto detto conferma ed avvalora la posizione espressa in apertura dalla Federazione che chiede all’Autorità di confermare quanto già espresso in passato al fine di garantire condizioni di parità di accesso al mercato.

 

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