Massime della giurisprudenza classificate per il nodo "legislazione regionale"

Corte Costituzionale - Sentenza 28/12/2006 n. 447
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
La disciplina in materia di revisione dei prezzi degli appalti di opere pubbliche, prevista dall’art. 26 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m., come modificato dalla legge n. 311/2004 e da ultimo recepito nell’art. 133 del Decreto Legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), possiede i caratteri sostanziali identificativi delle norme fondamentali di riforma economico-sociale, al di là della autoqualificazione effettuata dall’art. 1 della stessa legge n. 109/1994 e s.m., secondo il quale “i principi desumibili dalle disposizioni” contenuti nella predetta legge “costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale”. È indubbio, infatti, che l’istituto della revisione prezzi risponde ad un interesse unitario, afferendo a scelte legislative di carattere generale che implicano valutazioni politiche e riflessi finanziari che non tollerano discipline differenziate nel territorio. Ne consegue che, nella materia de qua, al legislatore statale deve riconoscersi, nella regolamentazione del settore, il potere di vincolare la potestà legislativa primaria anche delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome.Va pertanto dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 3 ottobre 2005, n. 8 (Modifiche di leggi provinciali in materia di lavori pubblici, viabilità, industria, commercio, artigianato, esercizi pubblici e turismo e altre disposizioni), il quale ha regolamentato l’istituto della revisione del prezzo in modo difforme rispetto alla vigente regolamentazione statale, costituente disciplina fondamentale di riforma economico-sociale. Mentre, infatti, quest’ultima si caratterizza per la previsione del divieto di revisione dei prezzi, con espressa enunciazione della inapplicabilità dell’art. 1664 c.c., il legislatore regionale ha, invece, introdotto il principio della revisione del prezzo proprio secondo le modalità stabilite dall’art. 1664 c.c., di cui viene riprodotto pressoché testualmente il contenuto.
Corte Costituzionale - Sentenza 22/12/2006 n. 440
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 26, comma 2, lett. c), della legge regionale 20 giugno 1996, n. 12, come modificato dall’art. 25 della legge regionale 5 agosto 2005, n. 19, nella parte in cui introduce il criterio della “migliore idoneità di localizzazione”, fra i criteri di selezione di due terzi dei candidati ammessi alla procedura ristretta per l’affidamento di lavori pubblici di importo pari o inferiore a 1.200.000 euro.Discriminare le imprese sulla base di un elemento di localizzazione territoriale contrasta con il principio di eguaglianza, nonché con il principio in base al quale la regione non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose fra le regioni e non può limitare il diritto dei cittadini di esercitare in qualunque parte del territorio nazionale la loro professione, impiego o lavoro (art. 120, secondo e terzo comma, della Costituzione; sentenza n. 207 del 2001). Da tale principio, che vincola anche le Regioni a statuto speciale e che più volte è stato ritenuto applicabile all’esercizio di attività professionali ed economiche (sentenze n. 6 del 1956, n. 13 del 1961, n. 168 del 1987, n. 372 del 1989, n. 362 del 1998), discende anche il divieto per i legislatori regionali di frapporre barriere di carattere protezionistico alla prestazione, nel proprio ambito territoriale, di servizi di carattere imprenditoriale da parte di soggetti ubicati in qualsiasi parte del territorio nazionale (nonché, in base ai principi comunitari sulla libertà di prestazione dei servizi, in qualsiasi paese dell'Unione europea).Nello specifico, la norma censurata individua, fra i criteri di selezione dei due terzi dei candidati da ammettere alla procedura ristretta per l’affidamento dei lavori pubblici di interesse regionale, (selezione necessaria al fine di rispettare il numero di candidati indicato nel bando), anche quello della migliore idoneità di localizzazione, determinata sia in valore assoluto sia in relazione all’organico, cioè come rapporto tra numero totale di dipendenti e numero di dipendenti iscritti presso la sede regionale della cassa edile. In tal modo, dunque, la norma stabilisce proprio una condizione rivolta a frapporre barriere all’ingresso nel territorio regionale, in qualità di soggetti appaltatori, di imprese provenienti da altre aree e prive di legami stabili con il territorio medesimo. Questa condizione non è infatti fondata su alcuna ragione tecnica, né può ritenersi ragionevolmente giustificabile in nome dell’efficienza e del buon andamento dell’amministrazione, in quanto è ben possibile che anche imprese aventi sede e organizzazione stabile fuori del territorio regionale possiedano i requisiti tecnico-organizzativi necessari - e richiesti dalla normativa e dai bandi di gara - per assicurare un’efficiente esecuzione degli appalti ed a nulla rileva il richiamo agli eventuali maggiori costi che tali imprese dovrebbero sostenere, poiché gli altri criteri di scelta del contraente individuati dalla legge consentono comunque all’amministrazione di assicurarsi le prestazioni alle condizioni per essa più convenienti anche sotto il profilo economico.
Corte Costituzionale - Sentenza 28/03/2006 n. 129
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
La normativa comunitaria in materia di appalti pubblici, contenuta in un gruppo di direttive, che hanno ricevuto attuazione mediante atti legislativi nazionali, prevede che in ogni caso, quando si realizzi un’opera o si affidi un servizio o una fornitura per importi uguali o superiori ad un certo valore, il soggetto che procede all’appalto debba adottare procedure di evidenza pubblica per la scelta del contraente. L’obbligo sussiste sia che l’attribuzione dell’appalto spetti ad un ente pubblico territoriale o ad altro “organismo di diritto pubblico” (secondo la dizione delle direttive prima citate), sia che lo stesso venga effettuato da un privato, il quale in tal caso assume - come chiarito dalla Corte di giustizia delle Comunità europee - la veste di “titolare di un mandato espresso”, conferito dall’ente pubblico che intende realizzare l’opera o il servizio (sentenza 12 luglio 2001, in causa C-399/98). La citata pronuncia della Corte di giustizia riguarda il caso del titolare di una concessione edilizia o di un piano di lottizzazione, cui è consentita la realizzazione diretta di un’opera di urbanizzazione, a scomputo totale o parziale del contributo dovuto per il rilascio della concessione, quando il valore di tale opera eguagli o superi la soglia comunitaria. Il principio fissato dalla Corte di giustizia è stato riversato nell’ordinamento italiano per mezzo dell’art. 2, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n. 109 (legge quadro in materia di lavori pubblici), nel testo sostituito dall’art. 7, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 166 (Disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti), che, riferendosi agli interventi eseguiti direttamente dai privati a scomputo di contributi connessi all’attività edilizia o alla lottizzazione di aree, stabilisce che “per le singole opere di importo superiore alla soglia comunitaria i soggetti privati sono tenuti ad affidare le stesse nel rispetto delle procedure di gara previste dalla [...] direttiva 93/37/CEE”.Alla descritta fattispecie, oggetto delle direttive comunitarie sopra citate, è assimilabile quella, configurata dalla normativa regionale impugnata, concernente gli accordi che i privati proprietari di aree destinate ad essere espropriate per la realizzazione di attrezzature e servizi pubblici possono stipulare con il Comune competente, in base ai quali “il proprietario può realizzare direttamente gli interventi di interesse pubblico o generale, mediante accreditamento o stipulazione di convenzione con il Comune per la gestione del servizio” (art. 11, comma 3, della legge regionale Lombardia n. 12 del 2005). Si tratta di accordi a titolo oneroso, dai quali derivano per le parti contraenti diritti e obblighi reciproci, che consentono al proprietario espropriando, in particolare, di mantenere la proprietà dell’area e di ottenere la gestione del servizio previsto in cambio della realizzazione diretta degli interventi necessari. Tutta l’operazione prevista dalle norme in questione è preordinata alla soddisfazione di interessi pubblici, come viene confermato dall’art. 9, comma 12, della legge regionale de qua, che fa riferimento a vincoli previsti “per la realizzazione esclusivamente ad opera della pubblica amministrazione, di attrezzature e servizi”. Da quanto sinora detto si deduce come sia applicabile anche al proprietario espropriando che accetta di realizzare l’opera prevista dall’ente pubblico la qualifica di “titolare di un mandato espresso” conferito dal Comune, di cui alla citata sentenza della Corte di giustizia. Il ricorso a procedure di evidenza pubblica per la scelta del contraente non può peraltro essere ritenuto incompatibile con gli accordi tra privati e pubblica amministrazione, giacché la possibilità che tali procedure siano svolte dagli stessi privati risulta già ammessa nell’ordinamento proprio nella fattispecie oggetto della richiamata pronuncia della Corte di giustizia e disciplinata in modo conforme dal citato art. 2, comma 5, della legge n. 109/1994, come sostituito dalla legge n. 166/2002.Sulla scorta delle precedenti considerazioni, non si può, in conclusione, dubitare che le direttive comunitarie prima citate - in materia di procedure ad evidenza pubblica per l’attribuzione di lavori, forniture e servizi - debbano essere osservate anche nell’ipotesi che sia conferito ad un privato il compito di realizzare direttamente l’opera necessaria per la successiva prestazione del servizio pubblico, la cui gestione può essere affidata, mediante convenzione, al privato medesimo. Come già affermato dalla giurisprudenza costituzionale (Corte Cost., sentenze n. 406 del 2005, n. 7 e n. 166 del 2004), le direttive comunitarie fungono da norme interposte atte ad integrare il parametro per la valutazione di conformità della normativa regionale all’art. 117, primo comma, Cost. Pertanto la mancata previsione, nella normativa regionale de qua, dell’obbligo di adottare procedure ad evidenza pubblica in ogni caso in cui l’appalto sia di importo uguale o superiore alla soglia comunitaria, determina la sua illegittimità costituzionale.
TAR Sicilia, Sezione III Palermo - Sentenza 12/09/2005 n. 1464
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
La previsione, nei negozi con funzione di garanzia stipulati per appalti banditi in Sicilia, di un importo della cauzione provvisoria mediante fideiussione bancaria pari allo 0,50% (e non del 2%) dell’importo a base d’asta, per i casi di contratti aventi importo compreso tra 150.000 euro e la soglia comunitaria, non può certo costituire una causa di nullità per violazione di norme imperative di siffatte fideiussioni, dal momento che le conformi pattuizioni sono direttamente discendenti proprio dall’applicazione del comma 1bis dell’art. 30 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m., come recepito dalla legge regionale n. 7/2002. In altri termini, ciò che qui viene in considerazione non è tanto una modificazione dello schema tipo allegato al D.M. 123/2004, quanto, piuttosto, la necessaria applicazione, nell’ambito dell’ordinamento regionale, di una norma di legge regionale che pone una disciplina differente dalla norma di legge statale.Appare quantomeno dubbio che, utilizzando la dizione “polizza fideiussoria”, il D.M. 123/2004 abbia voluto riferirsi ad uno specifico tipo negoziale, diverso dalla fideiussione bancaria. Al contrario, è plausibile ritenere che esso abbia voluto così definire la fideiussione rilasciata dall’assicuratore, che però, sotto il profilo della causa negoziale, non è stata distinta dalla fideiussione bancaria. Pertanto, se è vero che con il termine “polizza” ci si riferisce comunemente ad un documento contenente un negozio di cui è parte un assicuratore, ciò non vuol certo dire che lo schema tipo in esame non abbia inteso riferirsi anche alle fideiussioni rilasciate dalle banche, pur se i documenti in cui esse sono riportate non sono denominabili “polizze”.
Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Siciliana, Sezione giurisdizionale - Sentenza 08/03/2005 n. 96
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
L’art. 20 della legge regionale 19 maggio 2003, n. 7 ha modificato l’art. 24 della legge regionale 2 agosto 2002, n. 7, disponendo che al comma 1 è anteposto il seguente: “01. Al comma 1 dell’articolo 30 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 le parole “dall’impegno del fideiussore” sono sostituite dalle parole “dall’impegno di un fideiussore””. Nel descritto quadro normativo, prima della riforma del 2003, il sistema di garanzia si strutturava in un unico centro di imputazione. Il fideiussore rilasciava la cauzione provvisoria e l’impegno a costituire la cauzione definitiva. Solo con la novella del 2003, che ha sostituito nel comma 1 le parole del fideiussore con le parole di un fideiussore, l’unità della garanzia si è spezzata, ben potendo la cauzione provvisoria essere prestata da un soggetto diverso da quello che presta l’impegno della garanzia definitiva. In questo contesto va letta la disposizione del comma 1 bis, che nel condizionare al rilascio di una fideiussione bancaria la riduzione allo 0,50% della cauzione provvisoria in determinate gare (come quella di specie), prima della novella del 2003, stante l’unitarietà del sistema di garanzia, imponeva, per fruire della agevolazione, anche un impegno bancario (dello stesso soggetto) nella prestazione dell’impegno alla garanzia definitiva. D’altra parte se è vero che nel comma 1 bis si parla di fideiussione bancaria solo con riferimento alla cauzione provvisoria, è altrettanto vero che in esso non è contenuto alcun cenno che consenta di affermare una volontà del legislatore regionale di consentire anche una deroga al principio di unitarietà della garanzia all’epoca vigente.La novella del 2003, come emerge anche dal dato letterale, ha quindi carattere innovativo e non meramente interpretativo e corrisponde ad una diversa valutazione dei maggiori costi ma anche delle correlative maggiori garanzie di selezione connesse alla garanzia bancaria. Tale valutazione ha dapprima (nel 2002) indotto il legislatore a privilegiare il carattere selettivo della garanzia e a correlare la riduzione allo 0,50% della cauzione provvisoria al rilascio di una fideiussione bancaria, ferma restando l’unità del soggetto garante, e, successivamente (nel 2003), a consentire accanto alla fideiussione bancaria per la cauzione provvisoria, un impegno per la garanzia definitiva da parte di un fideiussore (ivi comprese quindi le società assicuratrici).
Consiglio di Stato, Sezione IV - Sentenza 17/09/2004 n. 6158
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
La preclusione per le imprese iscritte al solo albo nazionale di partecipare agli appalti di interesse regionale e l’obbligo di iscrizione all’albo regionale ai sensi della Legge Regione Sardegna 27 aprile 1984, n. 13 non presentano profili di incostituzionalità: il “ragionevole dubbio” rilevato dal primo giudice sotto il profilo dell’impedimento per imprese pur iscritte in un albo valevole in tutto il territorio nazionale trova limite, da un lato, nel legittimo dispiegarsi della competenza esclusiva regionale sarda nella materia dei lavori pubblici (ai sensi dell’art. 3, lett. e), dello Statuto), in uno con la non configurabilità di regolazione comunitaria (in presenza di appalti inferiori alla relativa soglia, come nel caso di specie), dall’altro, nella inesistenza di limitazioni all’iscrizione all’albo regionale per le imprese non “stanziali”. Tale iscrizione, inoltre, trova una sua intrinseca ragionevolezza nella diretta verifica dei requisiti prescritti e, di conseguenza, dell’affidabilità dell’impresa, nonché nella stessa esigenza di evitare partecipazioni episodiche alla realizzazione di interventi locali di limitata consistenza - con possibile negativa incidenza sulla corretta e puntuale esecuzione dei lavori - e quindi nella opportunità di consentire il radicamento di un interesse alla instaurazione di un costante rapporto di collaborazione sul piano della esecuzione degli interventi medesimi.
TAR Campania, Sezione II Napoli - Sentenza 15/07/2004 n. 10244
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
Per l’affidamento di incarichi di progettazione di importo pari o superiore alla soglia di applicazione della disciplina comunitaria in materia di appalti pubblici di servizi, (200.000 euro), si applica il D.Lgs. 17 marzo 1995, n. 157, mentre l’applicazione delle norme di cui al D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m., circa le modalità di aggiudicazione, è riservata agli incarichi di progettazione il cui importo stimato sia compreso tra 100.000 euro e la predetta soglia comunitaria.Il riferimento nel citato Regolamento di attuazione all’importo di stima “dei lavori da progettare”, al fine di dimostrare la capacità tecnica dei concorrenti, anziché ai principali servizi di progettazione espletati (con l’indicazione dei rispettivi importi, come previsto, invece, dall’art. 14 del D.Lgs. n. 157/95), comporta un’elevazione consistente, da parte della norma regolamentare, della soglia richiesta per essere ammessi alla licitazione privata ed un chiaro effetto limitativo della concorrenza, in violazione del principio, di derivazione comunitaria, della massima partecipazione alla gara. Nella specie non si tratta di precisare parametri e criteri selettivi nell’ambito di quelli già fissati in termini generali dalla normativa comunitaria e nazionale di recepimento, bensì di risolvere un contrasto, già manifestatosi, tra norme di diversa derivazione e dotate di forza giuridica affatto differente.In base alla sentenza della Corte Costituzionale n. 302/03, relativa al nuovo testo dell’art. 117 Cost., è da escludersi l’applicabilità del Regolamento emanato con il citato D.P.R. n. 554/99 al conferimento di incarichi di progettazione per la realizzazione di opere pubbliche che rientrano nella competenza delle Regioni. Con riferimento a detta pronuncia, infatti, si deve tenere in debito conto che il principio di continuità, dal quale dovrebbe derivare in subiecta materia la perdurante applicabilità del D.P.R. n. 554/1999 e s.m., opera solo nelle materie in cui vi sia obbligo, da parte delle Regioni, di adeguare la propria legislazione ai principi desumibili dalla legge statale, secondo il noto meccanismo della legislazione regionale concorrente. Ebbene, dalla lettura delle materie riservate alla competenza legislativa concorrente delle Regioni, appare evidente come quella dei lavori pubblici e in particolare degli appalti di progettazione non rientra in tale novero; e, non essendo neppure la detta materia riservata alla legislazione esclusiva statale, sempre secondo l’elencazione contenuta nel nuovo testo dell’art. 117 Cost., ne deriva evidentemente che la stessa appartiene all’ambito della competenza esclusiva delle Regioni, nel quale non residua obbligo di adeguamento ai principi desumibili dalla legge. Del resto, è lo stesso art. 117 Cost. ad enunciare che: “La potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni. La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia”.
TAR Sicilia, Sezione II Palermo - Sentenza 30/06/2004 n. 1362
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
Quando al comma 1bis dell’art. 30 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m. (come modificato dalla legge regionale n. 7/2002) si afferma che “per i lavori d’importo a base d’asta fino a 150.000 euro la cauzione non è richiesta”, il legislatore regionale siciliano ha inteso eliminare la “cauzione provvisoria”, di cui al comma 1, mantenendo fermi sia “l’impegno” del fideiussore a rilasciare la cauzione definitiva, in caso di aggiudicazione, sia la “cauzione definitiva” stessa (TAR Sicilia - Catania, sez. III, 12 novembre 2003, n. 1893).Poiché le disposizioni contenute nei bandi di gara e nelle lettere di invito devono ritenersi integrate con le norme di legge aventi valore imperativo, senza necessità di uno specifico rinvio, essendo principio valido in ogni procedimento concorsuale quello per cui, anche se il bando costituisce la lex specialis, le leggi c.d. autoesecutive devono essere comunque applicate, benché non espressamente richiamate, va ritenuto, con riferimento al bando di gara, che si limita ad escludere l’obbligo della prestazione della cauzione provvisoria senza nulla disporre in merito alla presentazione dell’impegno del fideiussore alla prestazione della garanzia definitiva (la cui esclusione sarebbe in contrasto con l’art. 30, comma 1, della richiamata legge n. 109/94), che lo stesso deve perciò intendersi integrato ex lege nel senso della necessità, da parte degli offerenti, di provvedere a quest’ultimo adempimento, con conseguente illegittimità degli atti di ammissione alla gara delle offerte prive dell’impegno al rilascio della garanzia fideiussoria definitiva, nonché, per invalidità derivata, del provvedimento di aggiudicazione della gara.
TAR Puglia, Sezione Lecce - Sentenza 25/05/2004 n. 3176
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
Ai sensi dell’art. 1, comma 3, del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m. le Regioni sono tenute ad applicare le norme di detto decreto “fino a quando non avranno adeguato la propria legislazione ai principi desumibili dalla legge” 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m. (norma ritenuta non lesiva dell’autonomia delle regioni a statuto ordinario dalla Corte Costituzionale nella sentenza 1 ottobre 2003 n. 302). Considerato che la regione Puglia non ha ancora emanato in materia di appalti di lavori alcuna disposizione sulla composizione delle Commissioni giudicatrici e sul criterio di scelta dei commissari, l’amministrazione provinciale è tenuta a rispettare la regola del sorteggio, di cui all’art. 21, comma 6, della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m. e dell’art. 92, commi 1 e 2, del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m.
Consiglio di Stato, Sezione II - Sentenza 19/02/2003 n. 2222
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
La legge 11 febbraio 1994, n.109 e s.m., in materia di lavori pubblici, richiede l'attuazione di principi uniformi (comportanti, tra l'altro, omogeneità e chiarezza delle procedure, uniforme qualificazione dei soggetti, libera concorrenza degli operatori in un mercato senza restrizioni regionali, nonché soggezione ad un organismo indipendente di vigilanza e garanzia) e costituisce normativa fondamentale di riforma economico-sociale, alla quale la legislazione regionale deve uniformarsi.
TAR Lazio, Sezione III - Sentenza 17/01/2001 n. 482
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
I principi desumibili dalle disposizioni della legge 11 febbraio 1994, n.109 e s.m., costituiscono norme fondamentali di riforma economico sociale e, come tali, non derogabili ad opera della legislazione (anche) eclusiva delle Regioni a statuto speciale.
TAR Lazio, Sezione III - Sentenza 17/01/2001 n. 482
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
L’obbligo per le amministrazioni di “comunicazione” è espressione del dovere di cooperazione tra Stato, Regioni e Province autonome.Il potere sanzionatorio in ordine all’omessa o non veridica trasmissione di dati richiesti è connesso al rispetto dell’obbligo di comunicazione; ne discendono l’obbligo giuridico di “comunicazione” all’Autorità e l’assoggettabilità al procedimento sanzionatorio per cui è causa.
TAR Catania 04/12/1997 n. 2446
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
Nella Regione siciliana, ai sensi dell'art. 34 bis L. R. 29 aprile 1985 n. 21, introdotto dalla L. R 12 gennaio 1993 n. 10, il bando tipo ivi previsto, anche se non espressamente richiamato dall'Amministrazione appaltante, costituisce, di diritto, parte integrante del singolo bando ove questo abbia omesso una previsione, ovvero contenga una previsione difforme senza specificare a giustificazione la sussistenza dell'interesse pubblico concreto che tale previsione difforme abbia determinato.
Corte Costituzionale 07/11/1995 n. 482
legge 109/94 Articoli 1, 26 - Codici 1.2, 25.4.1
La legge 11 febbraio 1994, n.109 e s.m., tocca un settore che, negli aspetti disciplinati dalla riforma - tempi e costi certi e prefissati, procedure trasparenti, netta separazione, anche per gli aspetti tecnici (da progettazione a collaudo), fra Amministrazione committente ed esecutore - assume importanza nazionale e richiede l'attuazione di principi uniformi, comportanti, tra l'altro, omogeneità e chiarezza delle procedure, uniforme qualificazione dei soggetti, libera concorrenza degli operatori in un mercato senza restrizioni regionali, nonché soggezione ad un organismo indipendente di vigilanza e garanzia; pertanto, ricorrono, nel caso gli elementi per riconoscere alla legge nel suo complesso i caratteri della normativa fondamentale di riforma economico-sociale.E' incostituzionale, per violazione delle norme (art.117 Cost. e disposizioni corrispondenti degli statuti speciali) che sanciscono, in materia di lavori pubblici, l'autonomia legislativa concorrente o primaria delle Regioni a statuto ordinario, delle Regioni ad autonomia speciale e delle Province autonome di Trento e Bolzano, l'art.1, co.2, della legge 11 febbraio 1994, n.109, nella parte in cui dispone che costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale e principi della legislazione dello Stato tutte «le disposizioni della presente legge», anziché solo «i principi desumibili dalle disposizioni della presente legge».L'art.1, co.2, della legge 11 febbraio 1994, n.109 e s.m., nella parte in cui dispone che costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale e principi della legislazione dello Stato «le disposizioni della presente legge», non contrasta con l'art.11 Cost., né con la direttiva 89/440/C.E.E., recepita con D.L. vo 19 dicembre 1991 n. 406.L'art.1, co.3, della legge 11 febbraio 1994, n.109 e s.m., che prevede l'emanazione, in materia di lavori pubblici, di atti di indirizzo e coordinamento governativi verso le Regioni, ai sensi dell'art.2, co.3, lett. d), della legge 23 agosto 1988, n.400, non viola gli artt.117 e 118 Cost., dato che l'esercizio della funzione governativa di indirizzo è consentito nei limiti in cui altre disposizioni della stessa legge offrano, quanto ai contenuti, una precisa base normativa, idonea ad orientare la discrezionalità del Governo.