Massime della giurisprudenza classificate per il nodo "in genere"

TAR Puglia, Sezione I Bari - Sentenza 19/02/2007 n. 472
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel sistema anteriore all’entrata in vigore del D.Lgs. 8 agosto 1994, n. 490, rilevante “ratione temporis” per il caso di specie, in base al quale, per i contratti indicati dall’art. 4 dello stesso, è sempre necessaria la stipulazione del contratto perché si realizzi il vincolo giuridico contrattuale e sorga dunque il diritto soggettivo dell’aggiudicatario all’esecuzione del contratto stesso, occorre tenere presente che, di norma, mentre per l’asta pubblica e la licitazione privata deve farsi, di solito, riferimento al momento della aggiudicazione, per la trattativa privata, invece, si deve prendere in considerazione la data della stipulazione del contratto, salvo che non risulti una scelta impegnativa delle parti precedente a tale stipula (TAR Lazio, Sez. III, 20 settembre 1995 n. 1557).Nello specifico, la circostanza secondo cui la gara si sia svolta con il sistema della licitazione privata non può essere un dato idoneo a far ritenere “sic et simpliciter” che il verbale di aggiudicazione abbia assunto valore di contratto, ai sensi del comma 4 dell’art. 16 del R.D. 18 novembre 1923 n. 2440. Ciò innanzi tutto perché la norma suddetta non ha di per sé natura automatica e obbligatoria e non si può escludere che la stessa pubblica amministrazione, cui spetta valutare discrezionalmente l’interesse pubblico, possa rinviare, anche implicitamente, la costituzione del vincolo al momento della stipulazione del contratto e, fino a tale momento, non esiste un diritto soggettivo dell’aggiudicataria all’esecuzione dello stesso (Cass., SS.UU., 11 giugno 1998, n. 5807). Ed invero, nella specie, il bando, definisce sempre “provvisoria” l’aggiudicazione dell’appalto in esito alle operazioni di gara e subordina altresì la stipulazione del contratto all’acquisizione dell’indicata documentazione, così dimostrando di voler conservare il potere di accertare, in capo all’aggiudicatario, la sussistenza di tutti i requisiti e le condizioni necessari per la stipula del contratto nonché di voler, conseguentemente, rinviare la nascita del vincolo contrattuale alla stipula del contratto.La questione del compenso revisionale non investe la validità e l’efficacia del provvedimento definitivo di aggiudicazione, in quanto l’applicabilità dell’istituto della revisione prezzi ad una determinata fattispecie discende direttamente dalla legge, che la realizza mediante il meccanismo della cosiddetta “inserzione automatica”, ai sensi degli artt. 1419, comma 2, c.c. e 1339 c.c. della norma imperativa di legge, che si sostituisce di diritto ad eventuali pattuizioni contrarie, con eventuale declaratoria di nullità parziale del contratto, in relazione ad eventuali pattuizioni “contra legem”.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione Unite - Sentenza 20/12/2006 n. 27170
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’autotutela della P.A., attuata mediante lo strumento autoritativo con effetti sulla esecuzione di contratti di diritto privato, può essere esercitata solo nelle ipotesi tassativamente previste per legge (del tipo di quelle indicate dall’art. 340 della legge n. 2248/1865, all. F e dell’art. 8 della medesima legge all. E), non estensibili in via di analogia a casi diversi.
TAR Abruzzo, Sezione L'Aquila - Sentenza 14/12/2006 n. 971
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La rinnovazione di un procedimento amministrativo, che sia interessato dall’annullamento giurisdizionale, a partire dal primo degli atti della sequenza che sia stato riconosciuto effettivamente viziato dal giudice, costituisce lineare applicazione dei principi generali del diritto amministrativo, ed in particolare del principio di conservazione. Con specifico riferimento all’ipotesi di annullamento giurisdizionale del provvedimento di aggiudicazione, in ragione della ritenuta illegittima attribuzione del punteggio per vizi attinenti alla motivazione ad essa sottesa, la rinnovazione della gara non deve necessariamente essere integrale, ben potendosi limitare ad una nuova valutazione dell’elemento dell’offerta relativo alla voce interessata del capitolato speciale di appalto, tenendo ferme le precedenti operazioni di gara che non siano investite dalla pronuncia giurisdizionale (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 11 dicembre 1998, n. 1668) ed evitando, così, di porre nel nulla l’intera procedura (utile per inutile non vitiatur). Non essendo stati, infatti, oggetto di annullamento giurisdizionale né il bando di gara nè i criteri di valutazione, ma solo il verbale di valutazione delle offerte nella parte relativa all’attribuzione del punteggio, la procedura potrà essere rinnovata a partire dall’operazione di valutazione dell’offerta, tenendo ferma l’attività legittimamente posta in essere precedentemente a tale momento (Cons. Stato, Sez. V, n. 1194/2006).
Consiglio di Stato, Sezione VI - Sentenza 04/12/2006 n. 7102
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In base a consolidata giurisprudenza, l’annullamento di una gara pubblica, specie se in stato avanzato di espletamento o addirittura culminata in una pur provvisoria aggiudicazione, implica la frustrazione dell’affidamento ingenerato in capo ai partecipanti e, segnatamente, all’aggiudicatario. Di qui la necessità, consacrata dal disposto dell’art. 21nonies della legge n. 241/1990, di una ragione di interesse pubblico tale da giustificare comparativamente l’incisione delle posizioni in rilievo.La mera menzione, nel parere espresso dalla Commissione di gara, in merito all’opportunità di annullamento, risultando alterati per effetto dell’esclusione di due imprese concorrenti i criteri per l’individuazione delle offerte più convenienti, non mette in luce esigenze di pubblico interesse di rilievo tale da giustificare ragionevolmente la lesione degli interessi delle imprese risultate aggiudicatarie. La semplice esigenza del ricalcolo della soglia di anomalia, in una con le operazioni connesse, innesca operazioni meramente contabili nell’ambito di una gara aggiudicata sulla base di semplici criteri economici, comportando un dispendio di energie amministrative certamente inferiore a quello derivante dalla ripetizione in parte qua della procedura. Con la conseguenza che l’imposta soluzione dell’annullamento della gara appare contrastante con l’interesse pubblico all’efficienza amministrativa e gestionale oltre che irragionevolmente penalizzante per le imprese vulnerate dall’atto di autotutela.
TAR Lazio, Sezione III ter. Roma - Sentenza 16/11/2006 n. 12491
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La verbalizzazione e la pubblicità delle sedute di gara sono adempimenti procedurali distinti che rispondono a finalità diverse e come tali non sono fungibili, ma complementari. La prima opera su un piano probatorio, mentre la seconda è la principale manifestazione della trasparenza amministrativa e costituisce un’essenziale garanzia partecipativa dei concorrenti, la quale contribuisce a qualificare un procedimento di evidenza pubblica come “giusto” e rispettoso della par condicio (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 16 giugno 2005, n. 3166). Da ciò consegue l’irrilevanza della verbalizzazione delle operazioni di gara, al pari dell’assenza di contestazioni in ordine alla regolarità delle stesse, con riferimento ai casi in cui sia stato violato il principio di pubblicità. La sussistenza di tale vizio procedurale non può che comportare, quindi, l’invalidità derivata di tutti gli atti di gara (Cons. Stato, Sez. V, 12 luglio 1996, n. 855).Nei contratti di appalto stipulati dalla pubblica amministrazione con il sistema dell’evidenza pubblica il provvedimento di aggiudicazione definitiva non rappresenta un atto preparatorio, ma costituisce, in pari tempo, atto conclusivo del procedimento di gara ed estrinsecazione dell’accordo delle parti contraenti, onde il suo sopravvenuto annullamento giurisdizionale comporta, per un verso, che nessun effetto può essere riconosciuto al provvedimento invalido, fin dal momento del suo venire in essere, e, per altro verso, che esso pone nel nulla l’intero effetto-vicenda derivato dall’aggiudicazione, a cominciare quindi dal contratto di appalto, che non ha alcuna autonomia propria e non costituisce la fonte dei diritti ed obblighi tra le parti ma, assumendo il semplice valore di mero atto formale e riproduttivo dell’accordo già concluso, è destinato a subire gli effetti del vizio che inficia il provvedimento cui è inscindibilmente collegato ed a restare automaticamente ed immediatamente caducato, senza necessità di pronunce costitutive del suo cessato effetto o di atti di ritiro dell’Amministrazione, in conseguenza della pronunciata inefficacia del provvedimento amministrativo ex tunc travolto dall’atto giurisdizionale.
TAR Puglia, Sezione I Bari - Sentenza 07/11/2006 n. 3909
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Non può affatto escludersi in via assoluta che la stazione appaltante, anche a prescindere da un’espressa riserva inserita nel bando, conservi il potere di non aggiudicare la gara per ragioni di interesse pubblico, anche sopravvenute. Un tale potere, non circoscritto alle sole gare di appalto-concorso e trattativa privata, è riconosciuto dalla giurisprudenza in via generale per tutti i tipi di gara, e certamente per quelle da aggiudicare col criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, in virtù della ratio stessa della procedura di gara, che è quella di assicurare all’Amministrazione l’interlocutore più affidabile e conveniente in conformità con l’interesse pubblico; non di rado, tale potestà è ricondotta al principio generale espresso dall’art. 113 R.D. 23.5.1924, n. 827 (cfr. T.A.R. Abruzzo, Pescara, 9.1.2006, nr. 9, e 3.7.2003, nr. 628; T.A.R. Calabria, Catanzaro, Sez. II, 5.5.2005, nr. 737, e 13.1.2004, nr. 67; T.A.R. Molise, 21.2.2003, nr. 196). L’unico limite che esso incontra - come è ovvio - è quello della necessità di esplicitazione dell’interesse pubblico posto a base delle determinazioni adottate, al fine di consentirne la verifica di legittimità e ragionevolezza anche in considerazione delle eventuali situazioni di affidamento ingeneratesi nei partecipanti alla gara.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 24/10/2006 n. 6338
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La tesi, propria di parte della risalente giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. IV, 2 gennaio 1996, n. 16), secondo la quale il processo verbale di aggiudicazione definitiva equivale ad ogni effetto legale al contratto, è stata superata dai più recenti arresti giurisprudenziali (Cons. Stato, Sez. IV, 25 luglio 2001, n. 4065 ; Sez. V, 18 aprile 2001, n. 2331) che riconoscono al verbale di aggiudicazione della licitazione privata carattere meramente provvisorio. E’ corrente affermazione che l’art. 16, comma 4, R.D. 18 novembre 1923, n. 2440 non ha di per sé natura automatica ed obbligatoria, non potendosi escludere che la stessa P.A., cui spetta valutare discrezionalmente l’interesse pubblico, possa rinviare, anche implicitamente, la costituzione del vincolo al momento della stipulazione del contratto, fino al quale non esiste un diritto soggettivo dell’aggiudicataria all’esecuzione dello stesso. Tale diritto si costituisce sono al momento dell’approvazione del contratto, che costituisce espressione di potestà di controllo che fa capo all’organo competente ad esprimere la volontà dell’ente (Cons. Stato, Sez. IV, 2 gennaio 1996, n. 16).
TAR Lazio, Sezione I bis Roma - Sentenza 23/10/2006 n. 10900
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Rientra nei poteri esercitabili dalla Stazione appaltante il “ritiro” del bando e di tutti gli atti conseguenti di una gara di appalto in attuazione del generale principio di autotutela. Tale potere, tuttavia, richiede obbligatoriamente l’esplicitazione dello specifico vizio di legittimità di cui gli atti ritirati sono affetti (ove si versi in ipotesi di “annullamento”), ovvero delle valutazioni in termini di opportunità (ove si versi in fattispecie di “revoca”), nonché - e comunque - dell’interesse pubblico, concreto e attuale, che giustifica il “ritiro” stesso. In ordine a tale ultimo profilo, la stazione appaltante deve porre a raffronto l’interesse pubblico che sarebbe stato perseguito attraverso la conclusione dell’originaria procedura e quello che si pone come realizzabile per il tramite della nuova procedura, atteso che soltanto per il tramite di una simile analisi comparativa può ritenersi esaurientemente compiuta l’attività di supporto istruttorio ed assolto l’obbligo motivazionale del provvedimento di autotutela.
Consiglio di Stato, Sezione VI - Sentenza 14/09/2006 n. 5328
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’interesse della P.A. alla conservazione dei propri atti non può assumere valore preminente quando essa li giudichi invalidi, per vizi di legittimità o di merito; in tali casi, infatti, l’amministrazione può sempre rimuoverli nell’esercizio di una potestà di autotutela, che è direttamente fondata sul principio costituzionale di buon andamento che la impegna ad adottare gli atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire ed autorizza, quindi, anche il riesame degli atti adottati ove reso opportuno da circostanze sopravvenute o per un diverso apprezzamento della preesistente situazione, con l’obbligo, ovviamente, di dare esplicita e puntuale contezza del potere esercitato (Cons. Stato, Sez. V, 11 luglio 2001, n. 3853).Poiché la coerenza dell’azione amministrativa è un valore perseguito dall’ordinamento, al fine di tutelare tale valore è ammissibile l’uso dei poteri di autotutela per rimuovere atti viziati da contraddittorietà. E’ pacifico infatti che la discrezionalità di cui gode la P.A. nel fissare le condizioni di una gara d’appalto - e cioè sia le coordinate progettuali sia i requisiti da richiedere agli aspiranti sia le modalità da osservare nella presentazione dei documenti e dell’offerta, in aggiunta, ove possibile, a quelli già previsti in via generale dalla normativa di settore nella richiesta dei quali è vincolata - è di ampia latitudine, ma deve comunque essere esercitata in conformità dei principi di ragionevolezza, non contraddittorietà, imparzialità e correlazione al fine di interesse pubblico perseguito, atteso che l’eventuale inosservanza di detti principi si risolve in vizio di eccesso di potere delle scelte effettuate.
Consiglio di Stato, Sezione IV - Sentenza 21/08/2006 n. 4854
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In alcuni casi espressamente previsti dalla legge il verbale di aggiudicazione tiene luogo di contratto; ma affinché ciò avvenga occorre che siano seguite le formalità tipiche dei contratti (sottoscrizione dell’ufficiale stipulante, del legale rappresentante dell’impresa aggiudicataria, di due testimoni, nonché - cosa essenziale - dell’ufficiale rogante), come può evincersi pacificamente dal disposto degli artt. 88 e 95 del r.d. 23 maggio 1924, n. 827 (regolamento di contabilità di Stato). Qualora il provvedimento di aggiudicazione non sia stato assistito dalle formalità richieste dalla normativa sopraindicata (come nel caso di specie), lo stesso non può che essere considerato un vero e proprio provvedimento amministrativo (ricadente, come tale, nella giurisdizione del giudice amministrativo, anche secondo quanto disposto dalla sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2004).
TAR Lazio, Sezione III Roma - Sentenza 03/08/2006 n. 6914
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’art. 109 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m., contenente il Regolamento di attuazione della legge quadro n. 109/1994 e s.m., dispone che la stipulazione del contratto di appalto deve aver luogo entro sessanta giorni dall’aggiudicazione nel caso di pubblico incanto, licitazione privata ed appalto-concorso ed entro trenta giorni dalla comunicazione di accettazione dell’offerta nel caso di trattativa privata e di cottimo fiduciario. Per gli appalti di competenza di Amministrazioni statali l’approvazione del contratto deve intervenire entro sessanta giorni dalla data di stipulazione. Se la stipula del contratto o la sua approvazione, ove prevista, non avviene nei termini fissati dai commi precedenti, l’impresa può, mediante atto notificato alla stazione appaltante, sciogliersi da ogni impegno o recedere dal contratto. In caso di mancata presentazione dell’istanza, all’impresa non spetta alcun indennizzo. L’appaltatore non ha diritto ad alcun compenso o indennizzo, salvo il rimborso delle spese contrattuali. Se è intervenuta la consegna dei lavori in via d’urgenza, l’impresa ha diritto al rimborso delle spese sostenute per l’esecuzione dei lavori ordinati dal direttore dei lavori ivi compresi quelle per opere provvisionali. La finalità della previsione normativa, evidentemente, è quella di evitare che i procedimenti di gara siano indebitamente protratti dalle stazioni appaltanti oltre il termine indicato e deve interpretarsi nel senso di garantire all’impresa aggiudicatrice la facoltà, decorrente dal 60° giorno dalla (comunicazione della) aggiudicazione (definitiva), di sciogliersi dall’impegno assunto qualora la stazione appaltante non addivenga alla stipulazione del contratto. Il principio dell’affidamento che, come esplicazione dei canoni dell’imparzialità e del buon andamento, informa anche il procedimento amministrativo, non consente infatti che la stazione appaltante possa procrastinare indefinitivamente gli adempimenti prescritti dalla legge. Al riguardo occorre anche osservare che con Determinazione n. 24 del 2 ottobre 2002, l’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici ha affermato che l’amministrazione “non può rimanere inattiva, ma ha l’obbligo di determinarsi in ordine alla stipula o meno del contratto entro i termini fissati dal legislatore (sessanta giorni o trenta a seconda della procedura). Ciò al fine di evitare che l’impresa titolare di interessi legittimi (in questa fase) e non di diritti soggettivi, possa permanere in posizione di incertezza. Pertanto, nel caso in cui l’amministrazione non si determini per la stipula nei suddetti termini, l’aggiudicatario matura il diritto ad essere liberato dall’impegno contrattuale con la restituzione del deposito cauzionale ed il rimborso delle spese contrattuali.”.
TAR Emilia Romagna, Sezione II Bologna - Sentenza 13/07/2006 n. 1372
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La giurisprudenza ritiene che il rifiuto di stipulare il contratto da parte dell’aggiudicatario possa rappresentare valida ragione di revoca dell’aggiudicazione. (cfr. T.A.R. Abruzzo, Pescara, 15 luglio 2004, n. 699).
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 16/05/2006 n. 2815
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nella disciplina di cui agli artt. 119-121 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m. la risoluzione del contratto per grave adempimento o ritardo dell’appaltatore comporta la stima dei lavori regolarmente eseguiti e che devono essere accreditati all'appaltatore da parte del direttore dei lavori, la redazione dello stato di consistenza dei lavori già eseguiti e l’inventario di materiali, macchine e mezzi d’opera da parte del responsabile del procedimento. A tale attività è del tutto estranea la fase di collaudo, preordinata, a norma dell’art. 192 del citati D.P.R. n. 554/1999 e s.m., a verificare e certificare l’esecuzione dell’opera secondo le regole dell’arte e quanto stabilito dal contratto. Gli obblighi derivanti dalla risoluzione del contratto per grave inadempimento dell’appaltatore hanno pertanto per oggetto il pagamento delle opere sino a quel momento eseguite in osservanza del precetto del neminem laedere e non il collaudo dell’opera nel suo insieme, peraltro ancora non portata a termine.Di conseguenza è da respingere l’ulteriore assunto secondo il quale l’appaltatore, nei cui confronti sia stata pronunziata la risoluzione del contratto, conserverebbe il diritto all’effettuazione del collaudo in relazione alle opere precedentemente realizzate. Una volta risolto il contratto per grave inadempimento, il precedente appaltatore non vanta alcun diritto nei confronti della stazione appaltante se non quello al pagamento delle opere già eseguite ex art. 119 del D.P.R. n. 554/1999 e s.m., soddisfatto il quale cessa ogni rapporto. La funzionalizzazione degli adempimenti prescritti dagli artt. 119 e 121 del D.P.R. n. 554/1999 e s.m. alla chiusura di ogni rapporto con l’imprenditore inadempiente ed alla rapida conclusione di un altro contratto con il soggetto designato a completare l’opera è, in definitiva, contraria in sé e per sé al collaudo nel momento di risoluzione del precedente rapporto ed alla partecipazione in qualsivoglia modo dell’imprenditore estromesso alla successiva fase del collaudo, inerente i soli obblighi del nuovo contratto fra la stazione appaltante e l’impresa chiamata a completare l’opera.
Consiglio di Stato, Sezione VI - Sentenza 27/02/2006 n. 846
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’esercizio del potere di autotutela in materia di gare di appalto ad evidenza pubblica, che hanno come fine la scelta del miglior contraente secondo criteri di concorrenza tra i partecipanti e di parallela trasparenza dell’azione amministrativa, non può essere disgiunto dal perseguimento di esigenze di economicità e funzionalità, tali da imporre un’attenta comparazione fra il ripristino della legalità, in ipotesi violata, e gli interessi concreti, sia pubblici sia privati, che da tale ripristino risultino eventualmente sacrificati. Siffatte esigenze di economicità e funzionalità non possono considerasi superabili solo in ragione della provvisorietà dell’aggiudicazione, perché, se è vero che tale provvisorietà preclude, in via di principio, il consolidarsi di posizioni di interesse privato, non per questo l’Amministrazione aggiudicatrice può ritenersi assolta dall’obbligo di valutare adeguatamente se sussista, in relazione allo specifico vizio riscontrato, un interesse alla conservazione degli atti compiuti prevalente su quello all’annullamento degli stessi atti, ove, beninteso, non risultino pregiudicati i fondamentali principi del rispetto delle regole di gara e della correlata par condicio che tale rispetto garantisce. La necessaria considerazione dell’interesse pubblico, ai fini del corretto esercizio del potere di autotutela, ha, del resto, ricevuto consacrazione legislativa nell’art. 21 nonies della legge n. 241/1990, il quale, ancorché introdotto con la legge 11 febbraio 2005 n. 15 (posteriormente, nella specie, all’adozione del provvedimento impugnato), costituisce espressione di un principio generale da considerasi già immanente nell’ordinamento di settore.
TAR Toscana, Sezione II - Sentenza 17/02/2006 n. 441
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La circostanza che dalla data dell’aggiudicazione definitiva sia trascorso un numero di giorni superiore ai 60, previsti dall’art. 109 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m. per la stipula del contratto, non comporta la revoca automatica dell’aggiudicazione poiché, pur trattandosi di un termine a favore dell’amministrazione, non si tratta tuttavia di un termine perentorio, al cui perfezionarsi consegua la decadenza automatica dell’aggiudicazione.
TAR Puglia, Sezione I Lecce - Sentenza 07/02/2006 n. 786
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Pur non costituendo evenienze fisiologiche nell’ordinaria dinamica degli appalti pubblici, rientrano tuttavia nel campo delle opzioni normativamente previste e regolate sia l’ipotesi in cui all’aggiudicazione definitiva non segua la stipula del contratto sia il caso - sotto alcuni profili analogo - in cui la stipula non intervenga neppure a seguito della consegna in via d’urgenza dei lavori, possibilità contemplate, rispettivamente, negli artt. 109, comma 4, e 129, comma 4, del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m..Qualora l’Amministrazione, in presenza di un complesso di circostanze obiettive in relazione alle peculiarità del caso concreto, abbia ravvisato (come nel caso di specie) la sussistenza dei presupposti per l’applicazione delle richiamate previsioni regolamentari, non può assumere rilievo dirimente l’affidamento ingeneratosi in capo all’aggiudicatario circa la futura stipula del contratto e circa l’effettiva esecuzione dell’opera a seguito della consegna d’urgenza dei lavori né è dovuto alcun risarcimento (in forma specifica o per equivalente) in conseguenza della mancata stipula del contratto e realizzazione delle opere messe a gara. L’amministrazione dovrà, invece, procedere all’integrale rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate ai fini della partecipazione alla gara nonché delle spese effettivamente sostenute e documentate a seguito della consegna d’urgenza dei lavori, valutando come rimborsabili le sole spese sicuramente riferibili alle attività compiute in vista ed a seguito dell’aggiudicazione definitiva.Atteso il carattere lato sensu indennitario del pagamento delle somme di cui ai citati artt. 109, comma 4 e 129, comma 4 del D.P.R. n. 554/1999 e s.m., e pertanto il relativo carattere di debito di valuta, sulla somma in tal modo determinata l’amministrazione intimata dovrà corrispondere, altresì, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria a far data dal giorno della domanda giudiziale.
TAR Lazio, Sezione Latina - Sentenza 26/01/2006 n. 86
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Per consolidata giurisprudenza il potere di revocare gli atti di una gara di appalto, in corso di espletamento della stessa, trova il proprio fondamento giuridico nel complesso delle regole dell’autotutela della P.A. e rappresenta una delle manifestazioni tipiche del potere amministrativo, da esercitarsi alla stregua dei principi costituzionali di imparzialità e buon andamento della funzione pubblica (Cons. Stato, Sez. V, 3/2/2000, n. 661). La pretesa lesione dell’affidamento dei partecipanti alla gara di appalto in caso di revoca di atti della stessa, va esclusa alla stregua di una giurisprudenza consolidata, che riconosce in capo all’Amministrazione il potere di “ritirare” l’aggiudicazione di un appalto pubblico anche dopo la stipulazione del contratto, in presenza - s’intende - di concrete ed adeguate ragioni di interesse pubblico (Cons. Stato, Sez. VI, 14/1/2000). A fortiori, tale potere di autotutela sussiste con riferimento agli atti di gara. E’, dunque, la valutazione discrezionale effettivamente compiuta dall’Amministrazione appaltante in ordine alle circostanze sopravvenute a rendere ragione dell’esercizio del potere di autotutela sub specie di revoca.Ai sensi dell’art. 21quinques della legge n. 241/1990, la revoca legittima del provvedimento dà luogo (a far data dall’entrata in vigore della legge n. 15/05) non già al risarcimento del danno ma ad un “indennizzo”, che sia disposto in sede amministrativa e non giurisdizionale. “A contrario”, in sede giurisdizionale può essere pronunciata condanna dell’Amministrazione pubblica al risarcimento del danno conseguente ad un provvedimento di revoca, ma a condizione che si sia preventivamente accertata l’illegittimità e che sussistano gli altri presupposti di legge.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 18/01/2006 n. 126
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel nostro ordinamento giuridico la capacità giuridica e di agire degli Enti Pubblici è disciplinata dalle disposizioni di diritto positivo relative alle persone giuridiche ma, in relazione al principio della necessaria evidenza pubblica delle scelte effettuate da detti Enti, le persone giuridiche pubbliche possono assumere impegni solo nei limiti e nei modi stabiliti dalla legislazione che regola la loro attività per il perseguimento dei fini che sono loro assegnati (in tal senso cfr., tra le altre, Consiglio di Stato, Adunanza Generale, sentenza n. 2 del 17 febbraio 2000 e Sezione Quinta, sentenza n. 6281 del 13 novembre 2002).Da tale premessa, ormai consolidata, discende l’obbligo di seguire i procedimenti nei quali è, per così dire, cristallizzata la volontà dell’Ente, volontà che, così come deve manifestarsi secondo tali procedure, parimenti può essere modificata solo con il ricorso ai medesimi procedimenti e, di regola, con l’adozione di atti espressione del potere di autotutela, ove sussistano i presupposti per il ricorso ai relativi istituti. Al di fuori dei limiti segnati dalle norme dell’ordinamento di settore, che fissano le regole che le Amministrazioni devono seguire nel contrattare, non vi è, pertanto, capacità di agire degli Enti Pubblici, ma atti riconducibili alla volontà e, quindi, alla responsabilità dei singoli e, come tali, inidonei a produrre effetti nella sfera giuridica delle Amministrazioni Pubbliche perché emessi in carenza di ogni potere di impegnare l’Ente. Sulla base di tali considerazioni va negata la possibilità di modificare le condizioni contrattuali di affidamento di un servizio o di una fornitura o della realizzazione di un’opera, sia prima che dopo l’aggiudicazione, perché in ogni caso non vi è capacità di agire dell’Ente in tal senso ed, inoltre, vi è palese violazione delle regole di concorrenza e di parità di condizioni tra i partecipanti alle gare pubbliche. E’ evidente, infatti, che la modifica del corrispettivo richiesto o di altri elementi significativi del contratto, sia in aumento che in diminuzione, muta le condizioni di fatto su cui si sono fondate le offerte. Non si può, infatti, conoscere quali offerte sarebbero pervenute, in ipotesi, anche da imprese che non hanno partecipato alla gara ritenendo inadeguato il corrispettivo a base di gara, ove si fosse conosciuto l’importo reale di aggiudicazione. Ed invero, se fosse ammissibile la rinegoziazione delle condizioni alle quali è intervenuta l’aggiudicazione dopo la stipula del contratto, non vi sarebbe ostacolo ad una serie indeterminata di richieste di modifica delle condizioni stesse da parte degli aggiudicatari, che sarebbero indotti a mantenere le offerte al minimo al momento della presentazione per conseguire l’aggiudicazione, per poi recuperare condizioni più favorevoli nel corso dell’esecuzione del contratto, negoziando modifiche vantaggiose quanto al prezzo o al contenuto della prestazione ovvero alle modalità di esecuzione della prestazione stessa.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 16/01/2006 n. 86
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Non è condivisibile la tesi che, sulla base di una consolidata ma risalente giurisprudenza, ravvisando nell’aggiudicazione il momento del definitivo incontro delle volontà dei contraenti, riconduce il successivo recesso ad un’ipotesi di responsabilità per inadempimento contrattuale. Al riguardo va, innanzitutto, segnalato il ripensamento di una parte della giurisprudenza secondo cui, successivamente all’entrata in vigore della legge quadro sui lavori pubblici e relativo regolamento generale di attuazione, l’art. 16 del R.D. n. 2440/23, posto a fondamento dell’orientamento pregresso, dovrebbe considerarsi implicitamente abrogato per incompatibilità con la specifica nuova normativa riguardante la stipulazione dei contratti. In ogni caso, anche nella giurisprudenza pregressa, si è sempre ritenuto possibile che all’avvenuta aggiudicazione non facesse necessariamente sempre seguito l’esecuzione del contratto dato che, anche nelle gare per l’aggiudicazione dei contratti pubblici, vige il principio dell’autotutela decisoria, che consente all’amministrazione di riesaminare, annullare o rettificare atti invalidi, salvo, ovviamente, l’obbligo del risarcimento, ove ne ricorrano tutte le condizioni, per l’eventuale illecito commesso. Tale illecito non può che essere qualificato di natura precontrattuale, dal momento che, anche a voler ritenere già raggiunto, con l’aggiudicazione, l’accordo tra le parti sul contenuto del contratto, il contratto medesimo non può ritenersi ancora efficace e produttivo di effetti, occorrendo la successiva sua stipulazione ed approvazione.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I - Sentenza 11/01/2006 n. 388
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In materia di scioglimento del contratto di appalto di lavori pubblici il potere dell’appaltatore di sciogliersi dal contratto stesso, facendo valere il grave inadempimento del committente, non è condizionato nell’ordinamento positivo da adempimenti formali riconducibili al genus delle riserve, che riflette solo e sempre i maggiori costi che il committente potrebbe sopportare a seguito dell’esecuzione dell’opera e mai la sorte del contratto, la nullità o la risoluzione del medesimo. Infatti, ogni qualvolta si fa questione di invalidità del contratto e dei modi della sua estinzione, quale è appunto la risoluzione per inadempimento, la relativa domanda arbitrale o giudiziaria non incontra ostacoli procedimentali nell’inosservanza dell’onere della tempestiva riserva. Ne consegue che una qualsiasi vicenda di scioglimento del contratto di appalto di opere pubbliche non rientra nell’area applicativa dell’istituto delle riserve.
Consiglio di Stato, Sezione IV - Sentenza 05/10/2005 n. 5360
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La commissione di gara è un organo straordinario e temporaneo dell’amministrazione aggiudicatrice e non già una figura organizzativa autonoma e distinta rispetto ad essa, la cui attività acquisisce rilevanza esterna solo in quanto recepita ed approvata dagli organi competenti della predetta amministrazione appaltante. Infatti, essa svolge compiti di natura essenzialmente tecnica, con funzione preparatoria e servente, rispetto all’amministrazione appaltante, essendo investita della specifica funzione di esame e valutazione delle offerte formulate dai concorrenti, finalizzata alla individuazione del miglior contraente possibile, attività che si concreta nella c.d. aggiudicazione provvisoria. Come è intuitivo, la funzione di detta commissione si esaurisce soltanto con l’approvazione del proprio operato da parte degli organi competenti dell’amministrazione appaltante e, cioè, con il provvedimento di c.d. aggiudicazione definitiva; nel periodo intercorrente tra tali atti non può fondatamente negarsi il potere della stessa commissione di riesaminare nell’esercizio del potere di autotutela il procedimento di gara già espletato, anche riaprendo il procedimento di gara per emendarlo da errori commessi e da illegittimità verificatesi, anche in relazione all’eventuale illegittima ammissione o esclusione dalla gara di un’impresa concorrente. Tale potere di riesame, infatti (che potrebbe essere esercitato anche indirettamente, informando del dubbio di legittimità del proprio stesso operato l’organo dell’amministrazione appaltante investito del potere di approvazione degli atti di gara e invitandolo, pertanto, a sospendere il procedimento finalizzato all’aggiudicazione definitiva e a rimettere gli atti alla stessa commissione di gara per il riesame delle questioni dubbie) costituisce concreta attuazione dei principi costituzionali di legalità, imparzialità e buon andamento (consacrati dall’articolo 97 della Costituzione) che devono informare qualsiasi attività della Pubblica Amministrazione e che impongono, conseguentemente, l’adozione di atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire (C.d.S., sez. V, 2 luglio 2001, n. 3610) e che, nel caso di specie, si configura proprio come autotutela (C.d.S., sez, V, 28 febbraio 2002, n. 1224; 3 febbraio 2000, n. 661).
TAR Marche - Sentenza 20/05/2005 n. 601
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Le questioni nascenti da un contratto di appalto di lavori pubblici, quali recesso, rescissione nonché risoluzione unilaterale del rapporto, investono in via diretta ed immediata posizioni di diritto soggettivo scaturenti da un rapporto giuridico ormai perfezionato ed operativo, onde non può dubitarsi che ricadano nella giurisdizione del Giudice ordinario. Le suddette questioni si collocano, infatti, nella fase di esecuzione del contratto di appalto (successiva a quella della scelta del contraente) e gli atti posti in essere dalla P.A. in tal frangente si caratterizzano per l’evidente natura negoziale.
TAR Lombardia, Sezione III Milano - Sentenza 04/02/2005 n. 227
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Sebbene l’aggiudicazione, quale atto conclusivo del procedimento di scelta del contraente, segni di norma il momento dell’incontro della volontà della pubblica amministrazione di concludere il contratto e della volontà del privato manifestata con l’offerta ritenuta migliore, non è precluso comunque alla prima di procedere, con atto successivo, alla revoca d’ufficio ovvero all’annullamento dell’aggiudicazione stessa, purché venga fornita adeguata motivazione con richiamo ad un preciso e concreto interesse pubblico (ex multis, Cons. St., sez. IV, 22 ottobre 2004, n. 6931, 12 settembre 2000, n. 4822; sez. V, 20 settembre 2001, n. 4973; sez. VI, 14 gennaio 2000, n. 244).Nel caso in cui la vicenda per la quale il legale rappresentante dell’impresa è stato condannato è risalente (tanto sono già maturi i tempi per un provvedimento giurisdizionale di riabilitazione) è necessario operare un’accurata valutazione in ordine all’incidenza della condotta sanzionata dalla sentenza penale di condanna sulla mancanza di affidabilità morale e professionale. L’Amministrazione, prima di annullare l’aggiudicazione, deve operare un’indagine rigorosa sulle ragioni di pubblico interesse, dovendo la P.A., per rispettare il principio costituzionale di buon andamento, adottare atti che siano il più possibile rispondenti ai fini da conseguire (Cons. St., sez. V, 20 settembre 2001, n. 4973), senza che possa ritenersi sufficiente la mera esigenza di ripristinare la legalità violata.
TAR Campania, Sezione I Napoli - Sentenza 01/12/2004 n. 19386
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La giurisprudenza è costante nell’ammettere lo jus poenitendi della stazione appaltante che, prima dell’aggiudicazione definitiva (ma, in taluni casi, anche dopo), riesamini la procedura e rilevi errori o vizi tali da pregiudicarne il buon esito (Cons. St., sez. V, 15 marzo 2004, n. 1266; 20 gennaio 2004, n. 156; 20 settembre 2001, n. 4966; sez. VI, 19 agosto 2003, n. 4671).Nel giudicare della legittimità dell’uso di tale potere discrezionale della stazione appaltante, il giudice deve operare un accorto bilanciamento tra gli opposti interessi in campo, da un lato l’interesse all’efficienza ed efficacia della procedura, dall’altro l’interesse (pubblico e privato) alla par condicio tra i concorrenti e alla imparzialità e trasparenza della procedura. Nell’operare questo attento bilanciamento è necessario valutare l’entità e l’evidenza del vizio riscontrato dall’amministrazione e posto a giustificazione dell’autotutela. Nel senso che solo vizi evidenti e seriamente pregiudizievoli per il buon esito della gara possono giustificare il (parziale) sacrificio del contrapposto interesse alla completezza e continuità formale della procedura: quanto più è manifesto e dannoso il vizio rilevato, tanto maggiore sarà, in altri termini, lo spazio di ripensamento riconosciuto all’amministrazione e minore il sospetto di favoritismi. Il rilievo di vizi di dubbia percepibilità e di incerta incidenza sfavorevole sugli effetti della gara non potrà, di converso, autorizzare l’autorità procedente a porre nel nulla l’affidamento delle imprese partecipanti e a vanificare gli sviluppi automatici della procedura selettiva.
TAR Lombardia, Sezione III Milano - Sentenza 29/09/2004 n. 4197
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Deve in termini generali riconoscersi il potere dell’amministrazione di ritirare gli atti di gara in presenza di concrete ed adeguate ragioni di interesse pubblico. Tale potere riposa, oltre che sulla disciplina di contabilità generale dello Stato che consente il diniego di approvazione per motivi di interesse pubblico (art. 113 R.D. n. 827/1924), sul principio generale dell’autotutela della pubblica amministrazione, che rappresenta una delle manifestazioni tipiche del potere amministrativo, direttamente connesso ai criteri costituzionali di imparzialità e buon andamento della funzione pubblica.La presenza di cause originarie di invalidità della procedura o l’insorgenza di specifiche ragioni di interesse pubblico abilitano la stazione appaltante a negare l’aggiudicazione definitiva, quando questa si ponga in contrasto con sopravvenute esigenze dell’ente, e possono anche consentire l’annullamento o la revoca della già disposta aggiudicazione. Naturalmente, l’esercizio di detto potere è subordinato alla ricorrenza di puntuali presupposti e incontra evidenti limiti connessi al fatto che con l’indizione della gara la stazione appaltante assume con i concorrenti l’impegno di portare a compimento la procedura nei termini e alle condizioni fissate dalla lex specialis.L’annullamento d’ufficio è consentito solo in presenza di vizi originari dell’atto (c.d. invalidità originaria dell’atto). Il potere di annullamento d’ufficio, essendo espressione del potere di autotutela, non è soggetto a termini ma non è atto dovuto e, per questo, presuppone non solo che l’atto da ritirare presenti un vizio di legittimità, ma anche che vi sia un interesse pubblico concreto ed attuale alla eliminazione dell’atto, non riducibile alla mera esigenza di ripristino della legalità. La revoca, invece, implica l’insorgenza di ragioni di convenienza che rendono opportuno disporre l’interruzione della procedura o il ritiro dell’atto, trovando essa il proprio fondamento nell’esigenza che l’azione amministrativa si adegui al mutato interesse pubblico. In sostanza, per l’esercizio di detto potere, è richiesto che l’atto non risponda più alle esigenze dell’ente e che sussista un interesse pubblico, concreto ed attuale alla eliminazione dell’atto inopportuno.
TAR Lazio, Sezione III Roma - Sentenza 01/09/2004 n. 8142
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nell’ipotesi di comportamento omissivo dell’amministrazione a seguito di aggiudicazione definitiva, non è consentito imporre alla stessa di stipulare il negozio, in quanto ciò postula la preesistenza nel patrimonio dell’impresa aggiudicataria del diritto soggettivo all’affidamento dei lavori, mentre la stessa non vanta un diritto soggettivo ma solo un interesse legittimo pretensivo al perfezionamento del contratto. L’aggiudicatario, infatti, matura una posizione di diritto soggettivo solo mediante la stipulazione del contratto (Cassazione civile, sez. un., 11 giugno 1998, n. 5807; T.A.R. Campania Napoli, sez. I, 20 novembre 2000, n. 4318), vantando, viceversa, prima di tale momento, solo posizioni di interesse legittimo.Ciò risulta confermato anche dal tenore dell’art. 109 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m. secondo il quale “La stipulazione del contratto di appalto deve aver luogo entro sessanta giorni dalla aggiudicazione nel caso di pubblico incanto, licitazione privata ed appalto-concorso ed entro trenta giorni dalla comunicazione di accettazione dell’offerta nel caso di trattativa privata e di cottimo fiduciario. Per gli appalti di competenza di Amministrazioni statali, l’approvazione del contratto deve intervenire entro sessanta giorni dalla data di stipulazione. Se la stipula del contratto o la sua approvazione, ove prevista, non avviene nei termini fissati dai commi precedenti, l’impresa può, mediante atto notificato alla stazione appaltante sciogliersi da ogni impegno o recedere dal contratto. In caso di mancata presentazione dell’istanza, all’impresa non spetta alcun indennizzo”.A tali conclusioni si giunge anche se si volesse disattendere l’orientamento secondo il quale è inammissibile una condanna della pubblica amministrazione ad un facere (nella fattispecie, a concludere il contratto) (cfr. ex multis Cons. St., sez. V, 18 maggio 1998, n. 612), sulla base del rilievo ostativo della riserva di amministrazione che impedisce la sostituzione del giudice in valutazioni di esclusiva spettanza dei pubblici poteri.
Consiglio di Stato, Sezione IV - Sentenza 19/07/2004 n. 5183
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In una contrattazione definita nella lettera di invito come “gara ufficiosa” (da tenersi “secondo le modalità dell’art. 89 lett. A del Regolamento 23 maggio 1924 n. 827 per l’Amministrazione del Patrimonio ed per la Contabilità Generale dello Stato e con le modalità previste dalla lettera C dell’art. 73 del regolamento medesimo ed a norma della legge 2 febbraio 1973, n. 14 art. 1 paragrafo d) e con la procedura dell’art. 4 della suindicata legge”), diritti ed obblighi per la Pubblica Amministrazione ed il privato scaturiscono solo dalla formale stipula del contratto laddove nessun richiamo sia contenuto negli atti di gara alla disposizione dell’art. 16, comma 4, del R.D. 18 novembre 1923, n. 2440 “Nuove disposizioni sull’amministrazione del patrimonio e sulla contabilità generale dello Stato”, che, nello statuire che “i processi verbali di aggiudicazione definitiva, in seguito ad incanti pubblici o a private licitazioni, equivalgono per ogni legale effetto al contratto”, individua nel verbale di aggiudicazione, formato dal “funzionario designato quale ufficiale rogante”, come l’ultima operazione della complessa fase di formazione del contratto stesso.Non solo deve ritenersi legittimo il provvedimento che disponga la riapertura della gara d’appalto dopo che sia intervenuta l’aggiudicazione provvisoria, potendo l’amministrazione, qualora la ritenga sotto qualsiasi aspetto affetta da irregolarità, procedere al suo annullamento; ma va altresì sottolineato che a tale annullamento l’Amministrazione può far luogo anche in via implicita e senza obbligo di fornire particolare motivazione, attesa l’assenza nei soggetti interessati di posizioni giuridiche consolidate, essendo l’aggiudicazione provvisoria atto notoriamente endoprocedimentale, soggetto comunque ad approvazione da parte dell’organo competente. L’annullamento di aggiudicazione provvisoria di un appalto d’opera pubblica, dunque, non attinge al rango di vero e proprio procedimento di secondo grado, quanto meno in relazione alla necessità di fornire particolare motivazione circa l’interesse pubblico, atteso che una specifica motivazione in tal senso non occorre quando non sia stato ancora esercitato il potere di approvazione, oppure non vi siano posizioni consolidate di soggetti interessati da valutare, come non vi sono nel caso appunto dell’aggiudicataria provvisoria di un appalto, che può solo vantare una mera aspettativa alla conclusione del procedimento.
TAR Lazio, Sezione IIIter Roma - Sentenza 13/07/2004 n. 6832
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’art. 109 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m., contenente il Regolamento di attuazione della legge quadro 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m., prevede che “La stipulazione del contratto di appalto deve aver luogo entro sessanta giorni dalla aggiudicazione nel caso di pubblico incanto, licitazione privata ed appalto-concorso …” . Anche se la norma non lo specifica è evidente che “l’aggiudicazione”, da cui decorre il termine, non possa essere quella “provvisoria”, pronunciata dal seggio di gara, ma solo quella “definitiva” della stazione appaltante. Finalità della disposizione in esame è quella di evitare che i procedimenti di gara siano indebitamente protratti dalle stazioni appaltanti oltre il termine indicato. Il principio dell’affidamento che, come esplicazione dei canoni dell’imparzialità e del buon andamento, informa anche il procedimento amministrativo, non consente infatti che la stazione appaltante possa procrastinare indefinitivamente gli adempimenti prescritti dalla legge. E’ evidente al riguardo che il termine non possa che decorrere dal momento in cui la stazione appaltante provvede a comunicare all’impresa l’aggiudicazione definitiva.Con la Determinazione n. 24/2002 del 2 ottobre 2002, anche l’Autorità per la Vigilanza sui Lavori Pubblici ha evidenziato che l’amministrazione “non può rimanere inattiva, ma ha l’obbligo di determinarsi in ordine alla stipula o meno del contratto entro i termini fissati dal legislatore (sessanta giorni o trenta a seconda della procedura). Ciò al fine di evitare che l’impresa titolare di interessi legittimi (in questa fase) e non di diritti soggettivi, possa permanere in posizione di incertezza. Pertanto, nel caso in cui l’amministrazione non si determini per la stipula nei suddetti termini, l’aggiudicatario matura il diritto ad essere liberato dall’impegno contrattuale con la restituzione del deposito cauzionale ed il rimborso delle spese contrattuali.” Dato che la legge non prevede una “forma ad substantiam”, l’invito a produrre la documentazione per la stipula del contratto, una volta pervenuto all’aggiudicataria, assume la consistenza di un elemento procedimentalmente rilevante, tale da costituire la comunicazione del provvedimento di aggiudicazione vero e proprio; e acquista comunque rilievo anche in difetto dell’aggiudicazione definitiva, per effetto del superamento del termine entro in quale l’Amministrazione aveva l’obbligo di conclusione del procedimento di cui all’art. 2 della legge n. 241/1990, con l’adozione dell’aggiudicazione definitiva.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 22/06/2004 n. 4359
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In via generale la revoca d’ufficio di un provvedimento costituisce manifestazione della stessa potestà di cui è espressione l’atto del quale si tende a far cessare l’operatività. Essa produce effetti degradatori delle posizioni soggettive derivanti dal provvedimento favorevole, cui si riferiscono, invece, le clausole convenzionali che disciplinano il rapporto. L’esercizio di siffatto potere non è, in linea di principio, condizionato dal riconoscimento di una qualche indennità in favore del destinatario del provvedimento di cui si intende fare cessare l’operatività. In tale ipotesi, infatti - nel rispetto delle garanzie dovute per la natura sanzionatoria della revoca (contestazione degli addebiti, comunicazione dell’avvio del procedimento, possibilità, per l’interessato, di portare nel procedimento le proprie ragioni) - la sussistenza delle inadempienze e la loro addebitabilità, unitamente alla valutazione della sopravvenuta non conformità del mezzo prescelto rispetto al fine pubblico che il provvedimento oggetto di riesame aveva inteso realizzare, esonerano, da un lato, l’Amministrazione dal tenere conto del sacrifico derivante al soggetto inciso dalla revoca e, dall’altro, obbligano l’Amministrazione ad adottare la misura revocatoria, idonea a ripristinare la rispondenza dell’attività affidata alle ragioni per cui è istituita (e ad esercitare, se del caso, il potere di revoca) senza che nulla possa essere richiesto (a titolo di indennizzo) dall’inadempiente (fattispecie in tema di affidamento della gestione del campo sportivo comunale e dei relativi impianti).
TAR Puglia, Sezione II Lecce - Sentenza 18/06/2004 n. 4219
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il vincolo negoziale fra l’impresa e il committente si scioglie per iniziativa unilaterale dell’aggiudicatario, immediatamente produttiva di effetti non essendo necessaria alcuna accettazione. Ciò in quanto la norma contenuta nell’art. 109 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m., che subordinava l’efficacia del recesso all’accoglimento della relativa istanza da parte dell’amministrazione, non è stata ritenuta legittima dalla Corte dei Conti in sede di controllo e, dunque, essa è stata espunta dal testo vigente.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 28/05/2004 n. 3470
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’aggiudicazione di una gara di appalto per l’esecuzione di lavori pubblici, in quanto atto avente natura provvedimentale, è suscettibile di riesame da parte dell’amministrazione appaltante nell’esercizio dei suoi poteri di autotutela. Di fronte a tali poteri, di natura autoritativa, sussistono soltanto posizioni giuridiche soggettive di interesse legittimo tutelabili in sede giurisdizionale amministrativa, anche quando il provvedimento, di annullamento o di revoca, incide sul rapporto contrattuale già concluso.In materia di appalti di lavori pubblici, dopo l’entrata in vigore della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m., il principio contenuto nell’art. 16, comma 4, del R.D. n. 2440 del 1923, che equipara l’aggiudicazione al contratto, non è più attuale, atteso che “la stipulazione del contratto deve avere luogo entro sessanta giorni dalla aggiudicazione nel caso di pubblico incanto, licitazione privata ed appalto concorso”, ai sensi dell’art. 109 del D.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554 e s.m., ed è condizionata alle verifiche nei confronti dell’aggiudicatario della presenza dei requisiti di capacità economico finanziaria e tecnico-organizzativa di cui all’art. 10, comma 1quater, della citata legge quadro ed alle ulteriori verifiche preordinate alla sottoscrizione del verbale di cui all’art. 71 del suddetto regolamento.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 28/05/2004 n. 3465
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La questione in ordine agli effetti dell’annullamento dell’aggiudicazione sul contratto stipulato è complessa. Si pone sulla linea di confine tra il diritto pubblico e il diritto privato ed involge la vexata quaestio dei rapporti fra provvedimenti amministrativi ed atti negoziali. Nella materia in esame è possibile individuare quattro distinti orientamenti giurisprudenziali e dottrinali. Da un lato, si sostiene la sussumibilità della patologia del contratto nello schema dell’annullabilità relativa ex art. 1441 c.c.; dall’altro si propende per la nullità del vincolo negoziale e per la conseguente soggezione dello stesso al regime contemplato dagli artt. 1421 ss. c.c.; secondo una terza opzione ermeneutica si verificherebbe un effetto caducante automatico ed, infine, autorevole dottrina e recenti arresti giurisprudenziali, affermano l’inefficacia del vincolo negoziale. Tra le richiamate tesi va condivisa quella dell’efficacia caducante, sia nel caso di annullamento giurisdizionale sia in quello dell’eliminazione, a seguito di autotutela o di ricorso giustiziale, degli atti della procedura amministrativa, in forza del rapporto di consequenzialità necessaria tra la procedura di gara ed il contratto successivamente stipulato.
TAR Puglia, Sezione Lecce - Sentenza 25/05/2004 n. 3176
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Dall’annullamento di tutti gli atti di gara successivi alla lettera invito discende la nullità ex art. 1418, comma 1, c.c. del contratto di appalto stipulato per contrasto con le norme imperative in materia di procedimenti di evidenza pubblica. Tale nullità può essere rilevata d’ufficio dal giudice ex art. 1421 c.c., quando ciò sia necessario per la decisione della lite. Al riguardo va precisato che l’attribuzione al Giudice Amministrativo, ai sensi e per gli effetti dell’art. 7 della legge n. 205/2000, del potere di disporre la reintegrazione in forma specifica determina la conoscenza da parte dello stesso Giudice Amministrativo dell’azione relativa al contratto d’appalto: una diversa conclusione porterebbe (in caso di stipulazione del contratto a seguito di una procedura di evidenza pubblica) ad escludere il potere del Giudice Amministrativo di disporre la reintegrazione in forma specifica con indiscutibile violazione della finalità perseguita con l’assegnazione alla giurisdizione esclusiva del Giudice Amministrativo delle controversie in materia di affidamento di appalti pubblici e del potere di disporre in tali controversie la reintegrazione in forma specifica. In forza di tale considerazione l’art. 6 della legge n. 205/2000 deve essere interpretato nel senso che il contratto si atteggia come il segmento terminale della procedura di affidamento e le vicende relative alla sua genesi (ovviamente non quelle attinenti alla sua esecuzione) sono conosciute dal Giudice Amministrativo.
TAR Campania, Sezione I Salerno - Sentenza 29/04/2004 n. 300
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’Amministrazione conserva il potere di riesaminare il provvedimento di aggiudicazione provvisoria di un contratto d’appalto anche riaprendo la gara, al fine di riammettere un’impresa illegittimamente esclusa, e riesaminando gli atti adottati, ove ciò sia reso opportuno da circostanze sopravvenute (ovvero da un diverso apprezzamento della situazione preesistente), salvo l’obbligo di dare espressa e puntuale contezza del potere esercitato.
TAR Toscana, Sezione II - Sentenza 09/04/2004 n. 1296
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Conseguenza della dichiarazione di illegittimità della sequenza procedimentale che ha dato luogo all’aggiudicazione e dell’annullamento giurisdizionale del relativo provvedimento conclusivo è la caducazione automatica del contratto di appalto, atteso che le norme in materia di evidenza pubblica assumono rilievo imperativo sia per l’Amministrazione procedente sia per l’aggiudicatario e contraente della P.A. Pertanto, appare ininfluente una valutazione in termini di buona fede o di affidamento incolpevole dell’atteggiamento tenuto in occasione dell’operazione negoziale da parte dello stesso contraente dinanzi alla dichiarata (in sede giudiziale) violazione - sia pure a causa del comportamento di una sola tra le due parti contrattuali (cioè di quella pubblica) - di prescrizioni normative (anche direttamente importate dal - sovraordinato - diritto comunitario) volte alla tutela della par condicio tra i concorrenti e tese a indirizzare l’azione amministrativa verso un percorso autoritativo (la sequenza procedimentale volta alla selezione dei concorrenti ed alla scelta del contraente) caratterizzato dalla correttezza e dalla imparzialità dei comportamenti da assumersi da parte dell’Amministrazione procedente.
TAR Toscana, Sezione II - Sentenza 22/03/2004 n. 796
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Conseguenza della dichiarazione di illegittimità della sequenza procedimentale che ha dato luogo all’aggiudicazione e dell’annullamento giurisdizionale del relativo provvedimento conclusivo è la caducazione automatica del contratto di appalto, atteso che le norme in materia di evidenza pubblica assumono rilievo imperativo sia per l’Amministrazione procedente sia per l’aggiudicatario e contraente della P.A. Pertanto, appare ininfluente una valutazione in termini di buona fede o di affidamento incolpevole dell’atteggiamento tenuto in occasione dell’operazione negoziale da parte dello stesso contraente dinanzi alla dichiarata (in sede giudiziale) violazione - sia pure a causa del comportamento di una sola tra le due parti contrattuali (cioè di quella pubblica) - di prescrizioni normative (anche direttamente importate dal - sovraordinato - diritto comunitario) volte alla tutela della par condicio tra i concorrenti e tese a indirizzare l’azione amministrativa verso un percorso autoritativo (la sequenza procedimentale volta alla selezione dei concorrenti ed alla scelta del contraente) caratterizzato dalla correttezza e dalla imparzialità dei comportamenti da assumersi da parte dell’Amministrazione procedente.
TAR Campania, Sezione I Salerno - Sentenza 16/03/2004 n. 202
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In via generale, in materia di contratti della P.A., il potere di negare l’approvazione dell’aggiudicazione per ragioni di pubblico interesse ben può trovare fondamento in specifiche ragioni e non trova ostacolo nell’esistenza dell’avvenuta aggiudicazione, definitiva o provvisoria. Peraltro, lo svolgimento della procedura di scelta del contraente non comporta l’obbligo di concludere, in ogni caso, il procedimento se il contratto non è più rispondente all’interesse pubblico o in presenza dell’eccessiva onerosità del prezzo. E’ legittima, ad esempio, la revoca degli atti della gara di appalto di opera pubblica quando per il lungo tempo trascorso dall’aggiudicazione il progetto non sia più attuale, né più rispondente alle esigenze (ambientali, di viabilità, ecc.), né aggiornato o aggiornabile in tempi brevi (Cons. St. Sez.V 3 mar-zo 2001 n. 1227); è legittima la revoca degli atti di una gara conclusasi con l’aggiudicazione e giunta anche alla fase privatistica del rapporto, giustificata con un bando male impostato e generante interpretazioni restrittive (Cons. St. Sez. VI 19 agosto 2003 n. 4671). In sostanza, per la citata giurisprudenza, non è precluso alla Pubblica Amministrazione di ritornare sulle proprie determinazioni atteso che, in linea di principio, appartiene sempre al novero delle potestà di diritto pubblico la determinazione dell’Amministrazione di non avvalersi della procedura espletata e di revocare gli atti che vi hanno dato luogo, a fronte della quale non sono rinvenibili posizioni di diritto soggettivo in capo all’aggiudicatario ed agli altri partecipanti alla gara, ancorché in posizione utile per subentrare all’aggiudicatario rimosso. Ciò in quanto l’esercizio del potere di autotutela trova fondamento nel principio costituzionale di buon andamento, che impegna la P.A. ad adottare gli atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire ed autorizza, quindi, anche il riesame degli atti adottati, ove reso opportuno da circostanze sopravvenute (ovvero da un diverso apprezzamento della situazione preesistente).
Consiglio di Stato, Sezione VI - Sentenza 08/03/2004 n. 1080
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il potere di autotutela spetta alla stessa autorità che ha emanato il provvedimento o a quella gerarchicamente sovraordinata; in particolare, in base al principio generale del contrarius actus, secondo cui l’annullamento o la revoca d’ufficio di un atto amministrativo deve essere disposto dallo stesso organo che lo ha emanato, competente a disporre l’annullamento dell’aggiudicazione è lo stesso seggio di gara che l’ha pronunciata.
TAR Sardegna, Sezione Cagliari - Sentenza 17/02/2004 n. 213
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Non occorre alcuna particolare motivazione sull’interesse specifico all’annullamento in autotutela dell’aggiudicazione provvisoria, stante l’assenza di situazioni consolidate rilevanti. Infatti, nel caso in cui la procedura non si è ancora conclusa con una aggiudicazione definitiva ma si è ancora nella fase dell’aggiudicazione provvisoria, i partecipanti alla gara non possono vantare una posizione qualificata ma solo una mera aspettativa alla conclusione del procedimento.Non può riconoscersi il risarcimento ad un soggetto che veda annullata l’aggiudicazione di una gara pubblica a proprio favore, qualora il giudice non riscontri vizi di legittimità riferibili all’aggiudicazione a terzi. In tale circostanza, infatti, la mancata aggiudicazione, risultando da un atto legittimo, non configura un danno causato da un’attività antigiuridica della pubblica amministrazione, ma un mero danno connesso al normale rischio di partecipazione ad una gara da parte di un’impresa.
Consiglio di Stato, Sezione IV - Sentenza 27/10/2003 n. 6666
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La caducazione, in sede giurisdizionale o amministrativa, di atti attraverso i quali si è formata in concreto la volontà contrattuale dell’Amministrazione dà luogo alla conseguenza di privare l’Amministrazione stessa, con efficacia ex tunc, della legittimazione a negoziare. Pertanto, una volta che viene a cadere la deliberazione di contrattare, il bando o l’aggiudicazione il contratto diviene ab origine inefficace, con il temperamento costituito dalla salvezza dei diritti dei terzi in buona fede in applicazione analogica degli artt. 23, comma 2 e 25, comma 2, del codice civile, applicabili alla Pubblica amministrazione in quanto persona giuridica ex art. 11 dello stesso codice.
TAR Campania, Sezione Napoli I - Sentenza 22/09/2003 n. 11532
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il riesame in autotutela delle determinazioni illegittime dell’amministrazione, pendente il ricorso giurisdizionale, non è in astratto precluso, ma deve essere sorretto da un preciso interesse pubblico attuale e concreto, del tutto indipendente dalle sorti del giudizio, al ripristino della legalità e alla migliore cura dell’interesse pubblico. Ove l’autotutela sia del tutto sganciata da qualsivoglia profilo di interesse pubblico dell’amministrazione e si palesi diretta esclusivamente allo scopo di bloccare l’azione giurisdizionale del ricorrente, essa si pone in contrasto diretto con l’art. 24 della Costituzione e si traduce in un’attività sviata dal fine pubblico istituzionale e finalizzata solo ad impedire la difesa in giudizio dei diritti ed interessi del ricorrente.
TAR Emilia Romagna - Bologna, Sezione II - Sentenza 15/07/2003 n. 1010
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Le controversie relative agli atti, anche impliciti, con cui l’Amministrazione, successivamente all’aggiudicazione, provveda a rinegoziare uno degli elementi essenziali (non dunque un semplice elemento accidentale) del contratto (nella specie il prezzo), appartengono alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ex art. 6 L. n. 205/2000, dal momento che tale tipo di rinegoziazione potrebbe risolversi in sostanza in un nuovo affidamento.La soluzione di tali controversie, infatti, consiste in pratica nello stabilire se in tali ipotesi occorra o meno procedere ad una nuova gara nel rispetto delle procedure di evidenza pubblica, donde l’interesse strumentale dell’impresa non aggiudicataria a ricorrere anche contro tali determinazioni dell’Amministrazione successive all’aggiudicazione (rinegoziazione di elementi fondamentali del contratto), essendo a tal fine sufficiente la mera possibilità che, in sede di rinnovazione, la nuova gara possa concludersi a suo favore tramite l’osservanza del giusto procedimento.
TAR Lazio - Roma, Sezione III - Sentenza 08/07/2003 n. 6078
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La scelta di utilizzare il meccanismo di cui all´art. 16 della legge n. 2440 del 1923 (valore di contratto all´atto di aggiudicazione) è vicenda riservata alla discrezionalità dell´Amministrazione procedente, senza che ciò determini una possibilità di censura da parte della ricorrente.
Consiglio di Stato, Sezione IV - Sentenza 26/05/2003 n. 2823
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nei contratti della Pubblica amministrazione, l'aggiudicazione, in quanto atto conclusivo del procedimento di individuazione del contraente, segna di norma il momento dell'incontro della volontà della P.A. di concludere il contratto e della volontà del privato manifestata con l'offerta accertata come migliore e da tale momento sorge il diritto soggettivo dell'aggiudicatario nei confronti della stessa Pubblica amministrazione; tale circostanza non esclude la possibilità per la P.A. stessa di procedere, con atto successivo, purché adeguatamente motivato con richiamo ad un preciso e concreto interesse pubblico, alla revoca d'ufficio ovvero alla non approvazione del relativo verbale.Nelle procedure di gara ad evidenza pubblica governate dalle norme di contabilità, la facoltà di non approvazione dei contratti prevista dall'art. 113 del Regolamento di cui al R.D. 23 maggio 1924 n. 827 - a differenza di quella contemplata dall'art. 19 del R.D. 18 novembre 1923 n. 2440 sulla contabilità dello Stato - ha natura del tutto speciale e carattere eccezionale, essendo l'Amministrazione tenuta ad esercitare con particolare cautela la facoltà di non approvare i risultati di una gara ed a dare piena ed appagante giustificazione dei "gravi motivi" di eventuali rifiuti.L'eccessiva onerosità del prezzo indicato nell'offerta dell'impresa risultata aggiudicataria in una gara d'appalto costituisce di per sé grave motivo di interesse pubblico e giustifica, pertanto, il diniego di approvazione dell'aggiudicazione.
Consiglio di Stato 05/03/2003 n. 1218
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel caso in cui il bando di gara preveda (conformemente a quanto stabilito dall’art. 7, commi 7 e ss., del D.Lgs. 24 luglio 1992, n. 358), che le imprese interessate possono presentare la domanda di partecipazione alla gara, oltre che per lettera, anche per telegramma, telefax o e-mail, e che, nel caso di utilizzo di questi ultimi mezzi, la domanda di partecipazione deve essere confermata per lettera da spedirsi non oltre il termine previsto dal bando stesso, la documentazione attestante i requisiti di partecipazione alla gara deve essere trasmessa alla stazione appaltante con la lettera di conferma, non essendo altresì necessario il suo invio assieme alla e-mail od al telefax tramite i quali è stata avanzata la domanda di partecipazione.L’illegittima esclusione di un concorrente si pone come vizio strutturale dell’intero procedimento di gara; il procedimento stesso, pertanto, nel caso di annullamento in s.g. del provvedimento di esclusione, è destinato a cadere, travolgendo conseguenzialmente anche l’atto terminale di aggiudicazione della gara, automaticamente, de iure, senza bisogno di un’autonoma impugnativa.E’ da considerare nullo ex art. 1418, primo comma, cod. civ. e non già annullabile un contratto di appalto nel caso in cui risultino violate le norme di diritto pubblico - e, pertanto, imperative - attinenti alla fase di scelta del contraente e, per tale motivo, sia stata annullata l’aggiudicazione.
Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria - Sentenza 29/01/2003 n. 2
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’integrale esecuzione dell’appalto oggetto di una gara non fa venir meno l’interesse a ricorrere in capo al partecipante non aggiudicatario, e ciò non solo per la persistenza di un interesse morale, ma soprattutto in relazione ad un eventuale giudizio risarcitorio volto a ristorare il ricorrente dal pregiudizio patito per effetto dell’illegittimità.
TAR Lazio, Sezione I - Sentenza 03/12/2002 n. 11193
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’annullamento in sede giurisdizionale di un atto che si inserisce nella scansione procedimentale di conclusione di un contratto della P.A. già stipulato ma non ancora efficace e che impedisce al contratto stesso di conseguire la sua efficacia, fa sì che il danno che è conseguito da tale atto è un danno ingiusto, in quanto prodotto da un’attività che non doveva essere esercitata. In tale ipotesi non può, però, parlarsi, né di responsabilità pre-contrattuale, in quanto il contratto era stato già stipulato, né di responsabilità contrattuale, in quanto non vi è stato inadempimento di prestazioni contrattualmente assunte, ma di responsabilità extra-contrattuale di cui all’art. 2043 c.c. (alla stregua del principio è stato ritenuto che l’annullamento in s.g. di un provvedimento di revoca del precedente nulla-osta emanato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri era da considerare un fatto illecito di cui all’art. 2043 c.c., in forza del quale si era determinato un danno ingiusto).
Consiglio di Stato, Sezione VI - Sentenza 20/09/2002 n. 4779
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Anche se deve riconoscersi in capo all'Amministrazione appaltante la sussistenza di un potere discrezionale di annullamento della procedura di gara indetta per il conferimento di un appalto, tuttavia tale potere non può essere legittimamente esercitato facendo mero riferimento al riscontro di un vizio di legittimità riguardante fasi procedimentali connotate dall'assoggettamento a regole chiare e precostituite e che comportano operazioni di natura spiccatamente tecnica.E' illegittimo il provvedimento di annullamento della procedura di gara per il conferimento di un appalto con il quale, senza esternare ragioni idonee e facendo mero riferimento ad un semplice vizio di una operazione di gara, si dispone l'annullamento dell'intera procedura, nonostante la oggettiva possibilità di rinnovare l'operazione riconosciuta illegittima; nè l'obbligo di riavvio dell'intera procedura concorsuale può essere desunto dal principio di segretezza che presiede le pubbliche gare, nel caso in cui la rinnovazione delle operazioni riconosciute illegittime abbia natura aritmetica e si fondi su dati immodificabili, non implicanti, pertanto, l'esercizio di alcuna discrezionalità.La prescrizione contenuta nel bando o nella lettera d'invito di indicare un ribasso o aumento in percentuale, rende invalida l'offerta che indichi il ribasso in misura pari allo zero per cento, ma non comporta pure, in modo automatico, l'invalidità di quelle offerte che indichino una percentuale anche minima, in quanto tale comparabile con le altre.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 18/09/2002 n. 4751
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
E' legittimo l'annullamento in via di autotutela della aggiudicazione provvisoria e dell'intera gara d'appalto disposto allorché risulti che i dati tecnico-economici sui quali è stato emanato il bando non siano confortati da adeguata istruttoria, con l'effetto di rendere la aggiudicazione troppo onerosa per l'Amministrazione (alla stregua del principio nella specie è stato ritenuto legittimo l'annullamento della gara - che era stato impropriamente qualificato come revoca - disposto perché l'Amministrazione appaltante si era resa conto, a seguito dell'aggiudicazione provvisoria, che il prezzo a base d'asta indicato nel bando era incongruo per eccesso rispetto ai prezzi di mercato).Poiché l'atto di comunicazione di avvio del procedimento previsto dall'art. 7 della legge n. 241 del 1990 è preordinato alla partecipazione degli interessati, deve ritenersi che quando la partecipazione, comunque, si è venuta a realizzare pleno iure, perché l'interessato ha avuto conoscenza del procedimento, la necessità della comunicazione non sussiste (nella specie l'avvenuta presentazione, nell'ambito del procedimento di revoca dell'aggiudicazione provvisoria, di motivate osservazioni da parte della ditta interessata, la quale aveva espressamente diffidato l'Amministrazione a procedere all'aggiudicazione definitiva, è stato ritenuto elemento sufficiente a provare che l'interessata aveva avuto modo di conoscere il procedimento ed aveva allo stesso partecipato).
TAR Puglia-Bari, Sezione I - Sentenza 10/09/2002 n. 3925
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
E' legittimo il provvedimento con il quale l'Amministrazione appaltante ha annullato in via di autotutela un precedente provvedimento (nella specie si trattava dell'annullamento della riapertura del seggio di gara dopo che era annullata la prima aggiudicazione), a distanza di 7 giorni dalla data in cui aveva dato comunicazione di inizio del procedimento di annullamento alle imprese interessate, atteso che tale lasso di tempo che è trascorso tra la notizia dell'avvio e la conclusione del procedimento é da ritenere più che sufficiente per permettere alle imprese interessate di partecipare al procedimento.L'art. 21 del D.P.R. 25 gennaio 2000, n. 34 (che consente di rivalutare l'ammontare dei lavori sulla base delle variazioni accertate dall'ISTAT) è volto a disciplinare unicamente le operazioni di qualificazione, di cui all'art. 8 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m., da eseguirsi a cura delle SOA. Tale disposizione non può essere applicata in sede di gara al fine di determinare l'ammontare dei lavori svolti nel quinquennio antecedente, dovendosi all'uopo farsi invece riferimento all'art. 22, sesto comma, del D.P.R. n. 34/2000, secondo cui l'importo dei lavori eseguiti nell'ultimo quinquennio è pari a quello contabilizzato al netto del ribasso d'asta, incrementato dall'eventuale revisione prezzi e dalle risultanze definitive del contenzioso eventualmente insorto per riserve dell'appaltatore diverse da quelle riconosciute a titolo risarcitorio.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 05/09/2002 n. 4460
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
I provvedimenti di annullamento o di revoca di una procedura di gara che si è ormai perfezionata debbono contenere in motivazione una precisa individuazione dei vizi di legittimità dell'atto da annullare o delle gravi ragioni di inopportunità dell'atto da revocare, nonché dell'interesse pubblico alla rimozione stessa; nell'ipotesi considerata, infatti, poiché il potere di autotutela finisce per incidere su aspettative del contraente ormai consolidate, tale potere può essere legittimamente esercitato soltanto se imposto da gravi motivi di legittimità o di opportunità e se attuato in modo da ledere in minor misura possibile le dette aspettative, comparando le aspettative stesse con l'interesse pubblico all'adozione dell'atto di autotutela.Nel caso in cui, invece, il provvedimento di revoca della procedura di gara sia stato adottato in un momento in cui l'aggiudicazione non si è ancora perfezionata, sono inapplicabili i rigorosi principi elaborati dalla giurisprudenza circa l'esercizio del potere discrezionale di revoca dell'indizione di una gara pubblica, mentre risulta applicabile la regola generale secondo cui, in materia di pubbliche gare, lo svolgimento della procedura di scelta del contraente non comporta l'obbligo di concludere, in ogni caso, il contratto se questo non è più considerato rispondente all'interesse pubblico successivamente all'avvenuta aggiudicazione.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I - Sentenza 23/05/2002 n. 7543
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il dovere di cooperazione, espressione dei doveri di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, impone all'amministrazione appaltante di osservare tutti quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal generale dovere del neminem laedere, appaiono idonei a preservare gli interessi dell'appaltatore senza rappresentare per essa un apprezzabile sacrificio e senza comportare lo svolgimento di attività eccezionali per conoscere e rimuovere ostacoli sopraggiunti ed imprevedibili.
TAR Firenze 28/10/1999 n. 850
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Le controversie nascenti dall'esecuzione di contratti di appalto di opere pubbliche hanno ad oggetto posizioni di diritto soggettivo inerenti a rapporti contrattuali di natura privatistica nelle quali non hanno alcuna incidenza i poteri discrezionali e autoritativi della Pubblica amministrazione anche quando essa si avvalga della facoltà, conferitale dalla legge, di recedere dal rapporto, spettando al giudice ordinario l'accertamento dei fatti legittimanti il recesso, il quale non comporta l'esplicazione di poteri pubblicistici, per cui una volta concluso il contratto, ed anche quando la decisione dell'Amministrazione appaltante di recedere o di risolverlo sia adottata con atto amministrativo, ciò non costituisce esplicazione di un potere amministrativo, ma opera esclusivamente nell'ambito delle paritetiche posizioni contrattuali delle parti
TAR Bari 22/09/1999 n. 1099
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Una volta che sia stato concluso un contratto d'appalto di opera pubblica, la decisione della Pubblica amministrazione di recedere dal rapporto, anche se espressa mediante un atto autoritativo di revoca, opera pur sempre nell'ambito delle posizioni paritetiche delle parti.La risoluzione unilaterale di un contratto da parte della Pubblica amministrazione non legittima il privato a proporre un'azione di risarcimento danni ai sensi dell'art. 1218 c.c. quando la detta risoluzione consegue al venir meno di un elemento (nella specie, un finanziamento pubblico) che ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione della volontà negoziale di ambedue le parti contraenti e che, se fosse risultato carente al momento della conclusione del contratto, avrebbe comportato la nullità di quest'ultimo.Nel caso di contratto condizionato, ove le parti non abbiano fissato un termine entro il quale l'evento futuro e incerto deve verificarsi, il vincolo contrattuale può ritenersi definitivamente sciolto ove sia decorso un congruo lasso di tempo e sia stata acquisita la certezza che l'evento posto in condizione non si verificherà.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II, 23/08/1999 n. 8838
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'appaltatore della costruzione di un collettore di fognatura comunale, che nell'esecuzione dei relativi lavori abbia danneggiato per inosservanza della comune diligenza un cavo telefonico interrato nel sottosuolo di una strada comunale, non può invocare, al fine di escludere la propria responsabilità, la mancanza di una convenzione, tra l'ente proprietario della strada e il concessionario del servizio telefonico, per la costituzione di una servitù, dato che la sua posizione di terzo rende irrilevante il rapporto tra soggetti attivo e passivo della servitù e, in particolare, non è in questione l'esercizio della facoltà del soggetto proprietario, prevista dall'art. 237 del D.P.R. n. 156 del 1973 (codice postale e delle telecomunicazioni), di eseguire innovazioni comportanti la rimozione o il diverso collocamento di impianti, fili o cavi.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I, 09/07/1999 n. 7203
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'automatico scioglimento del contratto d'appalto rappresenta un effetto di diritto sostanziale conseguente alla dichiarazione di fallimento destinato a perdurare anche dopo la chiusura della procedura concorsuale, ove non intervenga una nuova convenzione tra le parti, dovendo escludersi un'automatica reviviscenza del contratto originario.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione Lavoro 18/06/1999 n. 6128
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di interposizione nelle prestazioni di lavoro, l'utilizzazione da parte dell'appaltatore di capitali, macchine ed attrezzature fornite dall'appaltante dà luogo ad una presunzione legale assoluta di sussistenza della fattispecie vietata dall'art.1 della legge n. 1369 del 1960 solo quando detto conferimento di mezzi sia di rilevanza tale da rendere del tutto marginale ed accessorio l'apporto dell'appaltatore, indipendentemente dal carattere non fittizio dell'impresa di questi. Ove, invece, tale situazione non ricorra, resta affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito - non censurabile in sede di legittimità se immune da vizi logici - l'accertamento in concreto di uno pseudoappalto.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione Lavoro 14/06/1999 n. 5901
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nelle prestazioni di lavoro cui si riferiscono i primi tre commi dell'art. 1 legge 23 ottobre 1960 n. 1369 (divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro e nuova disciplina dell'impiego di mano d'opera negli appalti di opere e servizi), la nullità, per illiceità dell'oggetto e della causa, del contratto fra committente ed appaltatore o intermediario e la previsione dell'ultimo comma dello stesso articolo - secondo cui i lavoratori sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell'imprenditore che ne abbia utilizzato effettivamente le prestazioni - comportano che solo sull'appaltante (o interponente) - e non anche sull'appaltatore (o interposto) - gravano gli obblighi in materia di assicurazioni sociali nati dal rapporto di lavoro, senza che la (concorrente) responsabilità anche di quest'ultimo possa essere affermata in virtù dell'apparenza del diritto e dell'affidamento dell'Inps nella situazione di apparente titolarità del rapporto di lavoro.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione Lavoro 10/06/1999 n. 5721
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il distacco, da parte del datore di lavoro, di un suo dipendente presso altro imprenditore, perché esegua le sue prestazioni nell'azienda di questo, è illegittimo e incorre nel divieto di intermediazione di cui all'art.1 della legge n. 1369 del 1960 (che fa riferimento oltre che all'appalto e al subappalto di manodopera anche a qualsiasi altra forma di intermediazione e interposizione), allorché le suddette prestazioni abbiano obiettiva esecuzione in favore di un soggetto diverso da colui che ha assunto il lavoratore e ha disposto il suo distacco, senza realizzarne un rilevante interesse. Tale ultima circostanza, infatti, a prescindere dall'accertamento di un intento fraudolento delle parti, frustra di per sé lo scopo del divieto in argomento, consistente nell'evitare che la dissociazione tra l'autore dell'assunzione e l'effettivo beneficiario delle prestazioni di lavoro si risolva in un ostacolo al diritto del lavoratore di pretendere il più vantaggioso trattamento che gli sarebbe spettato se assunto direttamente da tale beneficiario.
TAR Roma 07/06/1999 n. 1217
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Le controversie nascenti dall'esecuzione di contratti di appalto di opere pubbliche hanno ad oggetto posizioni di diritto soggettivo inerenti a rapporti contrattuali di natura privatistica, ove non sono configurabili provvedimenti autoritativi; pertanto, una volta concluso il contratto, gli atti emanati in tale fase operano esclusivamente nell'ambito di posizioni paritetiche delle parti, con conseguente competenza del giudice ordinario all'accertamento dei fatti legittimanti l'adozione degli atti medesimi (ivi compresi la rescissione ed il recesso previsti dagli artt. 340 e 345 della legge 20 marzo 1865 n. 2248 all. F)
Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Siciliana 03/06/1999 n. 232
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il provvedimento di revoca dell'aggiudicazione di una gara per l'affidamento di lavori pubblici a causa di sospetti di infiltrazioni mafiose non attiene alla normale gestione amministrativa di competenza, nell'ordinamento comunale, dei dirigenti degli uffici, né riguarda la responsabilità sulle procedure di appalto o la stipulazione dei contratti, ma rappresenta invece esercizio di un potere di controllo che spetta esclusivamente alla Giunta comunale.Il procedimento amministrativo volto ad aggiudicare una pubblica gara si conclude con l'adozione del provvedimento di aggiudicazione e con la richiesta all'aggiudicatario dei documenti per la stipula del contratto, senza che si debba attendere la materiale stipulazione del contratto; pertanto, qualora un soggetto interessato produca un'istanza di revoca dell'aggiudicazione l'Amministrazione, prima di poter provvedere sulla stessa (accogliendola), deve comunicare l'avvio del nuovo procedimento all'aggiudicatario.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione Lavoro 05/05/1999 n. 4511
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro, ove il dipendente dell'appaltatore convenga in giudizio il committente perché sia dichiarato, a norma dell'art. 1, ultimo comma, legge 23 ottobre 1960, n. 1369, che nei suoi confronti è in realtà intercorso il rapporto di lavoro, per averne il convenuto effettivamente utilizzato le prestazioni, sussiste un'ipotesi di litisconsorzio necessario nei confronti dell'appaltatore, atteso che trattasi di una situazione giuridica unitaria nell'ambito della quale non è dato postulare la sussistenza dell'illegittimità e quindi della mera apparenza dell'altro rapporto. Ne consegue che il termine assegnato in sede di impugnazione per provvedere all'integrazione del contraddittorio ha carattere perentorio e, come tale, è insuscettibile di essere prorogato o rinnovato.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione Lavoro 23/04/1999 n. 4046
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La legge 23 ottobre 1960 n. 1369 non consente, sotto alcuna forma, che si realizzi un sostanziale "prestito di manodopera", cioè che un imprenditore possa inserire a tutti gli effetti nell'organizzazione di un altro imprenditore un proprio dipendente il quale esegua il lavoro nella sfera e per conto di costui, sotto la direzione e il controllo - e, pertanto, a rischio - dello stesso, restando il primo nella posizione giuridica di datore di lavoro.Alla fattispecie - vietata - dell'appalto di manodopera è sottintesa la presenza di un'impresa che non assicura, con propria organizzazione e con proprio rischio, le prestazioni oggetto del contratto. Elemento caratterizzante di tale fattispecie(che vale a distinguerla dalle ipotesi lecite) è il conferimento di un appalto ad un'impresa la quale, ancorché titolare di una propria, reale organizzazione non la impegna, con l'assunzione del rischio relativo, nell'esecuzione dell'opera o del servizio in concreto appaltato, circostanza che si verifica anche quando l'intera gestione dei rapporti di lavoro sia stata completamente affidata all'appaltante. Ne consegue che il giudice, al fine di distinguere le varie ipotesi, è chiamato ad accertare non soltanto la esistenza di una reale organizzazione di impresa in capo all'appaltatore, ma anche la natura delle prestazioni appaltate: nel caso esse siano riconducibili a mere prestazioni di lavoro si ha l'inserimento del prestatore nella struttura organizzativa dell'azienda appaltante (ipotesi vietata ex art. 1 della legge vietata); nel caso, invece, in cui le prestazioni appaltate riguardino anche altri fattori produttivi (capitali, macchine, attrezzature) e i rapporti di lavoro strumentali all'esecuzione dell'opera o del servizio appaltato siano gestiti dall'azienda appaltatrice, permane l'inserimento del prestatore nella struttura organizzativa di quest'ultima, salvo, per le ipotesi di cui all'art. 3 della stessa legge, l'obbligo solidale di appaltante e appaltatore di assicurare i trattamenti minimi retributivi e normativi praticati ai dipendenti del primo.
TAR Perugia 19/11/1998 n. 1051
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di contratto d'appalto di opera pubblica, legittimamente gli artt. 9 del R.D. 25 maggio 1895 n. 350 e 10 del Capitolato generale approvato col D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063 prevedono il potere della Pubblica amministrazione di risolvere unilateralmente il contratto di appalto in caso di mancata presa in consegna dei lavori da parte dell'assuntore degli stessi, atteso che una simile condotta ritarda l'esecuzione delle opere ed è comunque sintomo d'inaffidabilità dell'impresa.
TAR Napoli 20/10/1998 n. 3261
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il principio secondo il quale nei contratti della Pubblica amministrazione l'aggiudicazione, in quanto atto conclusivo del procedimento di individuazione del contraente, segna di norma il momento dell'incontro della volontà dell'Amministrazione di concludere il contratto e della volontà del privato manifestata con l'offerta giudicata migliore e da tale momento sorge il diritto soggettivo dell'aggiudicatario nei confronti della stessa P.A., non esclude la possibilità per quest'ultima di procedere, con atto successivo, adeguatamente motivato con richiamo ad un preciso e concreto interesse pubblico alla revoca d'ufficio ovvero alla non approvazione del relativo verbale.Nelle gare d'appalto di opere pubbliche il potere discrezionale della stazione appaltante di negare l'approvazione dell'aggiudicazione provvisoria, in presenza ed a causa di informazioni antimafia prefettizie, sfavorevoli ma non direttamente interdittive, si consuma una volta intervenuta l'aggiudicazione definitiva, con la conseguenza che sino a tale momento è possibile per il Prefetto disporre l'annullamento dell'aggiudicazione provvisoria.Il contratto d'appalto di opere pubbliche ha natura personale e la rilevanza dell'intuitu personae si manifesta non solo nella fase di selezione concorsuale, ma anche successivamente alla celebrazione della gara, nel senso che l'impresa appaltatrice non solo deve possedere tutti i requisiti di idoneità professionale, tecnica e finanziaria richiesti in sede di procedura selettiva ma, piò in generale, deve conservare tale idoneità anche nella fase successiva di stipulazione del contratto e di esecuzione del rapporto, dovendo costantemente riscuotere la fiducia dell'Amministrazione appaltante per quel che concerne l'esatto adempimento della prestazione e la conseguente buona realizzazione dell'opera.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 13/07/1998 n. 6814
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il recesso del committente dal contratto di appalto senza richiesta di risarcimento del danno, e rimborsando l'appaltatore delle spese affrontate, compensandolo per i lavori eseguiti e risarcendolo per i danni subiti, può esser esercitato in qualsiasi momento ed esser giustificato anche dalla sfiducia successiva alla conclusione del contratto riconducibile ad inadempimento dell'appaltatore, ma senza necessità di accertare, a differenza della risoluzione chiesta ai sensi dell'art. 1453 c.c., l'importanza e la gravità di esso, dovendosi invece esaminare soltanto se l'atto o la condotta del committente sono incompatibili con la prosecuzione del rapporto.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 08/04/1998 n. 3662
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Tutti i contratti stipulati dalla Pubblica amministrazione, e in genere dagli Enti pubblici, devono essere stipulati, a pena di nullità, in forma scritta, rispondendo tale requisito all'esigenza di identificare con precisione il contenuto negoziale e di rendere possibili i controlli dell'Autorità tutoria. (La Corte suprema ha cosi cassato la sentenza del merito che aveva ritenuto l'esistenza e la validità di un contratto d'appalto sulla base del comportamento processuale del Comune, il quale aveva accettato il contraddittorio sulla domanda di interessi moratori maturati per effetto della tardiva corresponsione del capitale).
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 27/03/1998 n. 3239
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Gli articoli 1667, 1668, 1669 c.c., che disciplinano la responsabilità dell'appaltatore sul presupposto della realizzazione e consegna dell'opera commessa, non escludono l'applicabilità della disciplina generale dei contratti in base alla quale, in caso di omessa ultimazione dei lavori, il committente, ai sensi dell' art. 1453, primo comma, del codice civile, può chiederne il completamento, indipendentemente dall'esercizio della facoltà - e non onere - del committente di controllare lo svolgimento dei lavori e di assegnare un termine per il rispetto delle condizioni stabilite, previsto dall'art. 1662 c.c., per consentire, all'inutile decorso di esso, di domandare la risoluzione del contratto.
TAR Catania 02/03/1998 n. 321
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'erronea ammissione di un'Impresa ad una gara di appalto (ovvero l'erronea valutazione della sua offerta), qualora essa ne sia risultata vincitrice e non sia stato ancora stipulato il contratto d'appalto, ben consente l'esercizio del potere di autotutela e di disporre l'annullamento dell'atto che ha disposto in suo favore l'aggiudicazione, né in tal caso occorre una diffusa motivazione sull'interesse pubblico attuale, in quanto essa può considerarsi sufficiente col richiamo alla esigenza di ripristinare la legalità violata e la par condicio tra le Imprese.Nell'ambito del processo amministrativo di gara, l'Autorità competente per l'approvazione degli atti può escludere dalla gara stessa il soggetto risultato provvisoriamente aggiudicatario ed annullare l'aggiudicazione, senza che a tal fine occorra, oltre la rilevata illegittimità, l'esistenza, richiesta per l'annullamento in via di autotutela di provvedimenti definitivi ed efficaci, di un interesse pubblico concreto.Va garantito comunque l'interesse pubblico all'affidamento delle gare d'appalto a soggetti imprenditoriali che diano garanzie di trasparenza, anche attraverso la previsione nei bandi di clausole che prescrivano la prova dei requisiti generali di moralità e di incensuratezza anche per i procuratori delle Società, e ciò nel condivisibile obiettivo di evitare dubbi ed incertezze in ordine alla documentazione da produrre per la partecipazione alla gara; pertanto, ancorché il bando di gara limiti la presentazione del certificato del casellario giudiziale agli amministratori di Società muniti dei poteri di rappresentanza, legittimamente viene interpretata la clausola del bando come riferita anche ai soggetti che sono investiti di un potere gestionale in via di fatto, oltre che di rappresentanza, in forza di una procura talmente ampia da potersi qualificare generale.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 16/02/1998 n. 1642
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opere pubbliche, l'atto col quale la Pubblica amministrazione committente si avvale della facoltà di risolvere il contratto ai sensi dell'art. 340 della legge 20 marzo 1865 n. 2248 all. F non incide autoritativamente sui diritti del privato, che pertanto è legittimato a contestarlo dinanzi all'Autorità giudiziaria ordinaria; tuttavia, la delibera di rescissione è pur sempre atto conclusivo di un subprocedimento autoritativo e pubblicistico e non può essere rimossa se non nelle forme di legge nelle quali si esercita lo jus poenitendi della P.A., con la conseguenza che essa può essere caducata solo con una valida delibera di revoca e non per acta concludentia (nella specie, lettera del Presidente del Consorzio contenente ricognizione di debito e stati di avanzamento allegati a certificati di pagamento), idonei solo, eventualmente, a fornire la prova del riconoscimento implicito della utilitas ai fini dell'azione di arricchimento di cui all'art. 2041 c.c..
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 21/01/1998 n. 512
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opera pubblica, nel caso in cui l'Amministrazione revochi l'avvenuta aggiudicazione della gara e disponga la riapertura della stessa con aggiudicazione ad altro soggetto, la decisione del giudice amministrativo che, riconoscendo l'esistenza di vizi inficianti la gara, dichiari illegittima la predetta revoca e la conseguente riapertura, non comporta l'automatico riconoscimento del diritto al risarcimento del danno in favore del primo aggiudicatario, in quanto tale riconoscimento presuppone che sia legittima l'attività della P.A. da cui ha origine il diritto soggettivo del quale si afferma la lesione.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 15/11/1997 n. 11329
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel quadro della disciplina delineata dall'art. 10 Capitolato generale dei lavori pubblici approvato col D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, la consegna tardiva dei lavori da parte del committente non conferisce all'appaltatore il diritto di risolvere il rapporto né di richiedere prestazioni risarcitorie, ma unicamente gli attribuisce la facoltà di presentare istanza di recesso dal contratto ed il diritto di pretendere, se tale istanza non è accolta, un compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo, oltre ad un congruo prolungamento del termine originariamente fissato; ne consegue che l'eventuale riconoscibilità del risarcimento del danno all'appaltatore può venire in esame solo se questi abbia preventivamente esercitato la facoltà di recesso dal contratto, dovendosi altrimenti presumere che egli consideri ancora eseguibile il contratto senza ulteriori oneri e senza che possa rilevare neppure la tempestiva costituzione in mora del committente e l'iscrizione di riserva verbale, quando non sia stato esercitato il prescritto recesso.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 29/09/1997 n. 9531
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Negli appalti pubblici, regolati da leggi speciali o da capitolati generali con efficacia normativa, la "consegna dei lavori" all'appaltatore si configura come un obbligo della P.A., il cui inadempimento, ancorché disciplinato in modo diverso rispetto alle norme del codice civile, è pur sempre fonte di responsabilità contrattuale per l'amministrazione, in quanto il dovere di collaborazione della stessa non cessa di essere contrattuale solo perché deriva dalla legge, essendo questa una delle fonti d'integrazione del contratto (art. 1374 c.c.).
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 29/08/1997 n. 8235
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Anche nell'appalto si applicano i principi generali in materia di contratti a prestazioni sinallagmatiche, per cui, se il committente rifiuta ingiustificatamente di pagare il residuo corrispettivo, l'appaltatore può legittimamente rifiutare, in applicazione del principio "inadimplendi non est adimplendum", di consegnargli la restante parte dell'opera, senza che ciò legittimi il committente ad addurre la mancata accettazione di essa per escludere il suo inadempimento.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 09/07/1997 n. 6208
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Con riguardo alla realizzazione di alloggi per lavoratori da destinarsi ad una cooperativa dietro apporto del terreno da parte dei soci di essa, secondo le previsioni dell'art. 15 terzo comma n. 3 della legge 14 febbraio 1963 n. 60, e per il caso in cui, ai sensi dell'art. 30 primo comma legge cit., detta cooperativa, ammessa al finanziamento pubblico, si avvalga della facoltà di assumere direttamente il compito della costruzione, conferendo in appalto la relativa opera, anziché delegare la stipulazione del contratto ad un Ente prescelto quale stazione appaltante dall'Istituto autonomo per le case popolari, la cooperativa medesima assume la veste non di nudus minister di tale Istituto, ma di appaltante, e quindi risponde verso l'appaltatore delle obbligazioni costituite con quel contratto.In tema d'appalto di opere pubbliche, l'art. 35 terzo comma Capitolato generale approvato con D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, ove accorda gli interessi secondo i tassi bancari per il ritardato pagamento del corrispettivo dovuto all'appaltatore, ingloba in detti interessi l'intero pregiudizio da mora debendi solo con riferimento a detto corrispettivo e pertanto, quando si verifichi la mora del committente anche per il debito inerente agli interessi, non deroga all'art. 1224 secondo comma del codice civile, sulla risarcibilità del danno maggiore, sempre che il creditore ottemperi all'onere di dedurre e dimostrare un nocumento ulteriore (non desumibile in via presuntiva soltanto dalla sua qualità d'imprenditore, già scontata da detta norma con l'attribuzione degli interessi sul capitale bancario).
Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Siciliana 05/05/1997 n. 75
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nei contratti di diritto privato stipulati da un Ente pubblico, la volontà negoziale deve essere tratta unicamente dalle pattuizioni intercorse tra le parti contraenti e risultanti dal contratto interpretato secondo i canoni di ermeneutica stabiliti dagli artt. 1362 c.c. e segg., senza che possa farsi ricorso alle deliberazioni dei competenti organi dell'Ente, le quali hanno rilevanza solo ai fini del procedimento formativo della volontà di uno dei contraenti.Ai sensi dell'art. 9, secondo comma, lett. e) del decreto legislativo 19 dicembre 1991 n. 406, negli appalti di lavori pubblici è ammesso l'affidamento a trattativa privata, senza pubblicazione preliminare di un bando di gara, per i nuovi lavori consistenti nella ripetizione di opere similari affidate all'Impresa titolare di un primo appalto dalla medesima Amministrazione aggiudicatrice, purché i lavori stessi siano conformi ad un progetto di base oggetto di un primo appalto assegnato secondo le procedure dei pubblici incanti.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 30/07/1996 n. 6908
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In forza dell'art. 8 della legge 10 agosto 1950 n. 646, gli appalti dalla Cassa per il Mezzogiorno o da Enti suoi concessionari sono considerati alla stessa stregua dei contratti di appalto stipulati dallo Stato, sicché ad essi devono applicarsi le norme del capitolato generale per le opere pubbliche dello Stato di cui al D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, le quali hanno valore normativo e non contrattuale, con l'ulteriore conseguenza che, in siffatti contratti di appalto, eventuali deroghe pattizie alle norme dell'indicato capitolato possono produrre effetti soltanto riguardo alle norme dello stesso che abbiano carattere dispositivo (nella specie, quelle regolanti gli effetti del ritardo nella corresponsione degli acconti all'appaltatore) e non anche rispetto a quelle dotate di forza cogente.Alla stregua del combinato disposto degli artt. 340 della legge 20 marzo 1865 n. 2248 all. F, e 27, 28 e 29 del R.D. 25 maggio 1895 n. 350, per l'avviso del procedimento (e del conseguente provvedimento) di rescissione del contratto di appalto di opera pubblica, occorre una formale dichiarazione in tale senso effettuata dalla P.A.; tuttavia tale dichiarazione non deve essere necessariamente comunicata all'appaltatore nelle forme e con le modalità della notificazione degli atti giudiziari ed è sufficiente che essa sia portata a conoscenza dell'interessato con qualunque mezzo idoneo (nella specie, lettera raccomandata), in quanto l'art. 27 R.D. cit., non prevede alcuna specifica forma di comunicazione del provvedimento rescissorio e l'art. 23 dello stesso, concernente le contestazioni tra le parti, contiene indifferentemente i termini « comunicazione » e « notificazione », con chiara indicazione di equipollenza.
Consiglio di Stato, Sezione V 13/05/1995 n. 761
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'erronea ammissione di una impresa ad una gara d'appalto (ovvero l'erronea valutazione della sua offerta), qualora essa ne sia risultata vincitrice e non sia stato stipulato ancora il contratto d'appalto, ben consente l'esercizio del potere di autotutela e di disporre l'annullamento dell'atto di valutazione del progetto dell'impresa difforme dalle previsioni del bando, nonché dell'atto che ha disposto in suo favore l'aggiudicazione, né in tal caso occorre una diffusa motivazione sull'interesse pubblico attuale, in quanto essa può considerarsi sufficiente col richiamo all'esigenza di ripristinare la legalità violata e la par condicio tra le imprese.Nel caso in cui il giudice amministrativo in sede cautelare sospende gli effetti di una aggiudicazione di una gara d'appalto, l'Amministrazione ben può condividere il contenuto delle statuizioni del giudice amministrativo ed a queste ispirare il successivo sviluppo dell'azione amministrativa, annullando in sede di autotutela il provvedimento ritenuto illegittimo dal giudice amministrativo in sede cautelare (e cioè a primo e sommario esame), e ciò in concreto può verificarsi quando la motivazione dell'ordinanza cautelare contenga un chiaro richiamo alle ragioni di illegittimità emergenti dal provvedimento impugnato e da sospendere.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 01/06/1994 n. 5332
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opera pubblica, la stazione appaltante ha l'obbligo di consegnare all'appaltatore l'area destinata all'esecuzione dei lavori libera da impedimenti alla sua piena utilizzabilità provenienti da terzi; pertanto, ove l'obbligato non provveda in tempi ragionevoli alla rimozione degli ostacoli che rendono praticamente impossibile l'inizio o la prosecuzione dei lavori (nella specie, la rimozione di una linea elettrica), l'appaltatore ha diritto di chiedere la risoluzione del contratto ed il risarcimento dei danni (oltre al pagamento dei lavori eseguiti), indipendentemente dalla formulazione di specifiche riserve, che presuppongono la persistenza del rapporto.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 18/05/1994 n. 4869
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Negli appalti pubblici, regolati da leggi speciali o da capitolati generali con efficacia normativa (concluso, nella specie, tra uno Istituto autonomo case popolari - I.A.C.P. ed un'impresa per la costruzione di alloggi popolari), la « consegna dei lavori » all'appaltatore si configura come un obbligo della Pubblica amministrazione, il cui inadempimento, ancorché disciplinato in modo diverso rispetto alle norme del Codice civile (in particolare, l'appaltatore, ove il ritardo nella consegna sia rilevante nell'economia del rapporto, può avanzare richiesta di recesso, che è necessaria per non precludergli il diritto al risarcimento, ma sostituisce e rende irrilevante la messa in mora), è pur sempre fonte di responsabilità contrattuale per l'Amministrazione, in quanto il dovere di collaborazione della stessa non cessa di essere contrattuale solo perché deriva dalla legge, essendo questa una delle fonti d'integrazione del contratto (art. 1374 c.c.); ne deriva che, ove sussista l'indicato inadempimento, in applicazione dei principi generali sulla responsabilità contrattuale, sulla somma corrispondente al risarcimento _ soggetta a rivalutazione monetaria, in quanto debito di valore _ competono all'appaltatore gli interessi legali con decorrenza dalla domanda giudiziale (o dalla data di altro atto idoneo di costituzione in mora), non già dalla data dell'evento dannoso.