Massime della giurisprudenza classificate per il nodo "pagamenti"

TAR Puglia, Sezione I Bari - Sentenza 19/02/2007 n. 472
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel sistema anteriore all’entrata in vigore del D.Lgs. 8 agosto 1994, n. 490, rilevante “ratione temporis” per il caso di specie, in base al quale, per i contratti indicati dall’art. 4 dello stesso, è sempre necessaria la stipulazione del contratto perché si realizzi il vincolo giuridico contrattuale e sorga dunque il diritto soggettivo dell’aggiudicatario all’esecuzione del contratto stesso, occorre tenere presente che, di norma, mentre per l’asta pubblica e la licitazione privata deve farsi, di solito, riferimento al momento della aggiudicazione, per la trattativa privata, invece, si deve prendere in considerazione la data della stipulazione del contratto, salvo che non risulti una scelta impegnativa delle parti precedente a tale stipula (TAR Lazio, Sez. III, 20 settembre 1995 n. 1557).Nello specifico, la circostanza secondo cui la gara si sia svolta con il sistema della licitazione privata non può essere un dato idoneo a far ritenere “sic et simpliciter” che il verbale di aggiudicazione abbia assunto valore di contratto, ai sensi del comma 4 dell’art. 16 del R.D. 18 novembre 1923 n. 2440. Ciò innanzi tutto perché la norma suddetta non ha di per sé natura automatica e obbligatoria e non si può escludere che la stessa pubblica amministrazione, cui spetta valutare discrezionalmente l’interesse pubblico, possa rinviare, anche implicitamente, la costituzione del vincolo al momento della stipulazione del contratto e, fino a tale momento, non esiste un diritto soggettivo dell’aggiudicataria all’esecuzione dello stesso (Cass., SS.UU., 11 giugno 1998, n. 5807). Ed invero, nella specie, il bando, definisce sempre “provvisoria” l’aggiudicazione dell’appalto in esito alle operazioni di gara e subordina altresì la stipulazione del contratto all’acquisizione dell’indicata documentazione, così dimostrando di voler conservare il potere di accertare, in capo all’aggiudicatario, la sussistenza di tutti i requisiti e le condizioni necessari per la stipula del contratto nonché di voler, conseguentemente, rinviare la nascita del vincolo contrattuale alla stipula del contratto.La questione del compenso revisionale non investe la validità e l’efficacia del provvedimento definitivo di aggiudicazione, in quanto l’applicabilità dell’istituto della revisione prezzi ad una determinata fattispecie discende direttamente dalla legge, che la realizza mediante il meccanismo della cosiddetta “inserzione automatica”, ai sensi degli artt. 1419, comma 2, c.c. e 1339 c.c. della norma imperativa di legge, che si sostituisce di diritto ad eventuali pattuizioni contrarie, con eventuale declaratoria di nullità parziale del contratto, in relazione ad eventuali pattuizioni “contra legem”.
Corte Costituzionale - Sentenza 28/12/2006 n. 447
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La disciplina in materia di revisione dei prezzi degli appalti di opere pubbliche, prevista dall’art. 26 della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m., come modificato dalla legge n. 311/2004 e da ultimo recepito nell’art. 133 del Decreto Legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), possiede i caratteri sostanziali identificativi delle norme fondamentali di riforma economico-sociale, al di là della autoqualificazione effettuata dall’art. 1 della stessa legge n. 109/1994 e s.m., secondo il quale “i principi desumibili dalle disposizioni” contenuti nella predetta legge “costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale”. È indubbio, infatti, che l’istituto della revisione prezzi risponde ad un interesse unitario, afferendo a scelte legislative di carattere generale che implicano valutazioni politiche e riflessi finanziari che non tollerano discipline differenziate nel territorio. Ne consegue che, nella materia de qua, al legislatore statale deve riconoscersi, nella regolamentazione del settore, il potere di vincolare la potestà legislativa primaria anche delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome.Va pertanto dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 3 ottobre 2005, n. 8 (Modifiche di leggi provinciali in materia di lavori pubblici, viabilità, industria, commercio, artigianato, esercizi pubblici e turismo e altre disposizioni), il quale ha regolamentato l’istituto della revisione del prezzo in modo difforme rispetto alla vigente regolamentazione statale, costituente disciplina fondamentale di riforma economico-sociale. Mentre, infatti, quest’ultima si caratterizza per la previsione del divieto di revisione dei prezzi, con espressa enunciazione della inapplicabilità dell’art. 1664 c.c., il legislatore regionale ha, invece, introdotto il principio della revisione del prezzo proprio secondo le modalità stabilite dall’art. 1664 c.c., di cui viene riprodotto pressoché testualmente il contenuto.
Consiglio di Stato, Sezione VI - Sentenza 04/09/2006 n. 5088
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L’art. 26, comma 4, della legge 11 febbraio 1994, n. 109 e s.m. va inteso nel senso che il decreto ministeriale previsto dalla sua seconda parte, al fine di fissare l’eventuale percentuale di aumento del prezzo dei lavori al netto del ribasso d’asta (c.d. “prezzo chiuso”), determinata nella misura eccedente la percentuale del 2% di differenza tra tasso di inflazione reale e tasso di inflazione programmato nell’anno precedente, vada comunque annualmente emanato da parte dell’Amministrazione competente. Si deve infatti ritenere che, anno per anno, spetti necessariamente all’Amministrazione di effettuare il rilievo dello scostamento tra inflazione programmata e inflazione reale, perché solo ove tale operazione sia compiuta è possibile affermare o negare che la seconda abbia avuto una eccedenza percentuale rispetto alla prima superiore al 2%. Dall’inevitabile effettuazione di tale operazione, che risulta in un incombente imposto dal dettato della norma in questione con riferimento ad un’epoca anteriore al 30 giugno di ogni anno, discende che l’attività comunque posta a carico dell’Amministrazione debba poi essere esternata nel decreto del Ministero dei lavori pubblici da emanare entro la data suddetta. È evidente infatti che, quale che ne sia il risultato, la rilevazione dello scostamento tra i due indici in questione costituisce l’esercizio formalizzato di un potere valutativo che si riflette sulla posizione delle imprese coinvolte nei rapporti contrattuali di cui al precedente comma 3 dello stesso art. 26. Dette imprese hanno perciò un interesse qualificato dalla stessa normativa qui in rilievo a veder pubblicati i presupposti ed i criteri utilizzati nella valutazione, al fine di conoscere come, comunque, la loro posizione sia stata definita dall’Amministrazione, ancorché in via collettiva, e di poter contestare, nelle sedi opportune, gli esiti che ritenessero illegittimamente sfavorevoli.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 15/12/2005 n. 7130
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La misura del quinto dell’importo originario dell’opera (c.d. quinto d’obbligo) rappresenta il limite entro il quale l’appaltatore è obbligato all’esecuzione degli ulteriori lavori di cui al contratto di appalto originario ed oltre il quale, invece, i lavori possono essere qualificati come variante del predetto contratto originario, spettando all’appaltatore il diritto alla risoluzione del contratto, salvo che non voglia espressamente eseguirli previo nuovo accordo. E’ stato, al riguardo, precisato (cfr. Cass. Civ., sez. I, 14 giugno 2000, n. 8094) che qualora l’amministrazione appaltante richieda l’esecuzione di lavori diversi da quelli indicati nel contratto originario ed in variante ad essi, per un importo superiore al c.d. quinto d’obbligo, detta richiesta non trova fondamento nell’originario contratto di appalto e ad essa, pertanto, non corrisponde alcun obbligo da parte dell’appaltatore; con la conseguenza che il successivo accordo intervenuto tra le parti per l’esecuzione di nuovi lavori in variante (nella forma di un atto di sottomissione o di un atto aggiuntivo) deve essere considerata come un nuovo contratto, autonomo rispetto a quello originario.La negoziazione di nuove condizioni per l’esecuzione dei nuovi lavori a seguito dell’apposita perizia di variante è sicura prova di un nuovo ed autonomo contratto, ma quest’ultimo non può essere escluso per la mera circostanza che l’appaltatore abbia convenuto di eseguire i nuovi lavori agli stessi patti e condizioni del contratto di appalto originario (così, sostanzialmente, Cons. St., sez. VI, 18 ottobre 2000, n. 5605).Non costituiscono elementi decisivi per far ritenere che si sia in presenza di unico ed unitario complesso contrattuale né la previsione di eseguire i nuovi lavori agli stessi patti e condizioni di cui al contratto originario né l’allegazione all’atto aggiuntivo di un nuovo cronoprogramma dei lavori, che tenga conto anche dell’esecuzione di quelli oggetto del contratto originario. Quanto alla prima circostanza, trattandosi di lavori eccedenti il quinto d’obbligo, l’appaltatore non è tenuto ad eseguirli: l’aver accettato la proposta dell’amministrazione appaltante di eseguirli è, pertanto, frutto di una libera scelta, nella quale non può non inserirsi anche la relativa valutazione economica di eseguirli agli stessi patti e condizioni del contratto originario, senza che ciò implichi alcuna continuità, in termini giuridici, del nuovo impegno contrattuale con quello precedente. Quanto alla seconda circostanza, poi, l’esistenza di un cronoprogramma dei lavori aggiornato, tenendo conto sia di quelli relativi all’atto aggiuntivo sia di quelli attinenti all’originario contratto di appalto, dimostra soltanto l’esistenza di un collegamento di fatto tra i due contratti, senza che ciò abbia alcuna ripercussione giuridica sull’autonomia dei due atti contrattuali, diversi, quanto all’oggetto delle prestazioni, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.Nell’ipotesi in cui, dopo la stipulazione dell’originario contratto nel vigore della normativa che consentiva la revisione, vengano stipulati ulteriori atti aggiuntivi nel vigore della nuova normativa che vieta la revisione, tali atti, se configurabili come contratti autonomi rispetto all’originario, soggiacciono al divieto di revisione, mentre quelli non autonomi seguono il regime del contratto originario.
TAR Puglia, Sezione II Lecce - Sentenza 20/09/2005 n. 4280
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il regime giuridico della revisione dei prezzi in materia di appalti pubblici, ascrivibile al cosiddetto ordine pubblico economico, ha sempre formato oggetto di discipline imperative di legge, di guisa che la scelta delle parti di farvi ricorso si atteggia a corollario di previe opzioni legislative circa l’opportunità di inserire o meno nei contratti d’appalto delle pubbliche amministrazioni clausole revisionali del prezzo originariamente convenuto. Tali previsioni normative in materia di revisione dei prezzi nei pubblici appalti, peraltro, si spingono ben al di là della semplice disciplina di cornice, offrendo indicazioni vincolanti circa i termini e le condizioni cui la revisione, quando è ammessa, deve rispondere, in tal modo risultando a maggior ragione acclarata la natura imperativa delle prescrizioni regolanti la materia, in quanto poste a presidio di rilevanti interessi pubblici.Nel caso in cui, con riferimento ad un appalto affidato col sistema dell’appalto-concorso, l’aggiudicazione sia intervenuta prima dell’abolizione dell’istituto della revisione prezzi ad opera dell’art. 3, D.L. 11 luglio 1992, n. 333, ma il contratto sia stato stipulato solo successivamente a questa data, non può essere riconosciuta la revisione prezzi. A differenza, infatti, di quanto accade nei sistemi di aggiudicazione degli appalti pubblici mediante incanto pubblico o licitazione privata, nei quali in forza degli automatismi propri di tali sistemi di affidamento il verbale di aggiudicazione tiene luogo del contratto (e quest’ultimo quando interviene ha solo valore riproduttivo del primo atto), nell’appalto-concorso sono distintamente individuabili due fasi: nella prima fase (propriamente l’aggiudicazione) la stazione appaltante provvede a selezionare il progetto, ma è solo nella seconda fase della stipulazione del contratto e della sua successiva approvazione che si consacra e diviene efficace il vincolo giuridico tra le parti (in questi sensi, SS.UU. 3207/74; Consiglio di Stato Sez. VI, 14 dicembre 1979, n. 886 e sez. IV, 28 ottobre 1996 n. 1159). Ne discende che in nessun caso potrebbe ritenersi, quando si verte in tema di appalto-concorso, che l’aggiudicazione sia di per sé sufficiente a far sorgere il vincolo contrattuale e/o a tener luogo del contratto vero e proprio, senza il quale al contrario non potrebbe ancora dirsi sussistente il vincolo giuridico. E’ proprio nel contratto, del resto, (e non nel verbale di aggiudicazione) che trova la sua sede naturale la pattuizione sulla revisione del prezzo, di guisa che davvero riuscirebbe difficile negare l’effetto abrogativo dell’istituto della revisione prezzi ad opera del citato art. 3, del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, nel caso in cui il contratto sia stato stipulato, in esito ad un appalto concorso, successivamente a questa data.
TAR Emilia Romagna, Sezione Parma - Sentenza 25/03/2004 n. 130
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opere pubbliche, gli atti aggiuntivi che comportino un incremento dell’importo dei lavori superiore al c.d. “quinto d’obbligo” diventano impegnativi per l’appaltatore solo a seguito di una sua nuova manifestazione di volontà - e sono quindi atti autonomi -, a nulla rilevando che nel nuovo atto vengano assunti come termini di riferimento i prezzi esistenti al momento della stipulazione del contratto principale. Ciò implica che, rispondendo l’istituto della revisione dei prezzi all’esigenza di rimediare a sopraggiunti oggettivi squilibri del sinallagma contrattuale, per i lavori eccedenti il quinto d’obbligo si deve comunque avere riguardo al momento del loro effettivo affidamento, mentre per i lavori suppletivi rientranti nel “sesto quinto” - i quali costituiscono una mera variante del contratto principale - resta ferma la decorrenza del computo revisionale alla data di presentazione dell’offerta originaria, con esclusione naturalmente degli eventuali nuovi prezzi concordati nel corso di esecuzione dell’appalto.
TAR Veneto, Sezione I - Sentenza 18/02/2004 n. 333
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Se un Comune, con una delibera della propria Giunta, dapprima riconosce il diritto di un’impresa alla revisione prezzi e successivamente revoca, in via di autotutela, la delibera stessa nella parte che concerne il riconoscimento del compenso revisionale, va esclusa l’esistenza di un provvedimento valido avente ad oggetto il riconoscimento formale del diritto dell’impresa al compenso revisionale e si deve, parimenti, escludere che sussista un riconoscimento implicito del diritto alla revisione. Conseguentemente, poiché la pretesa del soggetto appaltatore in tale circostanza attiene, prima che al “quantum”, alla stessa declaratoria del diritto alla revisione dei prezzi, la posizione in giudizio dell’interessato ha consistenza di interesse legittimo e la tutela della stessa compete al Giudice amministrativo.
TAR Veneto, Sezione I - Sentenza 13/02/2004 n. 225
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Il riconoscimento implicito della revisione prezzi può essere dedotto da atti o da comportamenti della stazione appaltante che presuppongono la volontà della stessa di accordare la revisione medesima.Nella fase in cui l’Amministrazione è chiamata a riconoscere o meno la revisione stessa attraverso sue valutazioni discrezionali correlate a preminenti interessi di ordine pubblicistico la posizione dell’appaltatore è di interesse legittimo. Dopo che la scelta sia stata effettuata in senso positivo, esplicitamente o implicitamente, tale potere autoritativo deve ritenersi consumato e la posizione dell’appaltatore acquista consistenza di diritto soggettivo (con conseguente devoluzione della lite al Giudice ordinario).
TAR Toscana, Sezione II - Sentenza 03/02/2004 n. 258
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La situazione dell’appaltatore che chiede la revisione prezzi, in quanto correlata alla facoltà discrezionale dell’Amministrazione appaltante di riconoscerla o meno, va ricondotta ad una posizione di interesse legittimo; viceversa, una volta avvenuto il riconoscimento della revisione, la contestazione che dovesse insorgere sull’entità del compenso revisionale ha consistenza di diritto soggettivo. Alla base di tale indirizzo è la considerazione che, se la legge ha configurato la revisione come oggetto di un potere dell’Amministrazione, ha certamente ritenuto - nel regolare questo particolare momento del rapporto tra committente pubblico e appaltatore - di conferire preminenza agli interessi di cui l’Amministrazione stessa è titolare, attribuendole a tal fine un potere discrezionale. Pertanto, la facoltà conferita dalla legge altro non è se non il modo concreto di valutare l’attuazione dell’interesse pubblico che l’Amministrazione deve perseguire, il che implica che l’Amministrazione non fa uso di poteri di indole privatistica, bensì di una vera e propria potestà pubblica, conferendole la legge una specifica potestà connessa a ragioni di pubblico interesse, la cui fonte è fuori del contratto ed opera autoritativamente dall’esterno come un limite allo svolgimento normale del contratto stesso.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 09/12/2003 n. 8059
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di revisione prezzi negli appalti di opere pubbliche, la posizione dell’appaltatore ha natura di interesse legittimo, tutelabile davanti al giudice amministrativo, nella fase in cui, con sua valutazione discrezionale, l’amministrazione, nel vigore della legge 22 febbraio 1973, n. 37, debba stabilire se al medesimo sia o no da accordare la revisione. Diversamente, una volta avvenuto il riconoscimento della revisione, la controversia che insorga sulla liquidazione del compenso revisionale rientra nella giurisdizione del giudice ordinario perché attiene esclusivamente al quantum di un diritto di credito già riconosciuto.L’art. 33, comma 3, della legge 28 febbraio 1986, n. 41, il quale stabilisce che la facoltà di procedere alla revisione dei prezzi contrattuali nei pubblici appalti è ammessa quando l’amministrazione riconosca che l’importo complessivo della prestazione è aumentato o diminuito in misura superiore al dieci per cento per effetto di variazioni dei prezzi correnti, intervenute successivamente all’aggiudicazione, è applicabile solo alle procedure nelle quali il contraente privato è scelto con il sistema dell’asta pubblica o della licitazione privata, poiché solo in questi sistemi l’atto conclusivo di procedimento del contratto è l’aggiudicazione, mentre l’eventuale successiva stipulazione costituisce solo una formalità che nulla aggiunge all’esistenza e alla perfezione del vincolo contrattuale.In caso di appalto concorso per la realizzazione di opere pubbliche, nessuna norma o principio impone che il contratto sia perfettamente conforme alle opere e ai lavori, come definiti nel bando o nei capitolati, in quanto il procedimento attiene alla scelta del contraente con il quale verrà stipulato il contratto, ma l’amministrazione conserva un ampio margine di negozialità, che si attualizza nel contratto, anche se ha per necessario presupposto la fase amministrativa. Ne consegue che il contraente non ha aspettative tutelabili alla conformità della convenzione con i contenuti economici determinati nella fase precontrattuale, e può solo rifiutare il consenso, ma se lo presta è vincolato dalle nuove statuizioni, liberamente accettate.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 13/11/2002 n. 6281
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Non sussiste la possibilità per le Amministrazioni appaltanti di rinegoziare con il soggetto prescelto come contraente alcune condizioni di esecuzione dei contratti aggiudicati in esito a procedure concorsuali; in particolare va negata la possibilità di modificare le condizioni contrattuali di affidamento di un servizio o di una fornitura o della realizzazione di un'opera, sia prima che dopo l'aggiudicazione, perché in ogni caso non vi è capacità di agire di diritto privato dell'Ente in tal senso ed, inoltre, vi è palese violazione delle regole di concorrenza e di parità di condizioni tra i partecipanti alle gare pubbliche.Nel caso in cui l'aggiudicazione di una gara sia risultata troppo onerosa, l'Amministrazione appaltante non può rinegoziare l'aggiudicazione cercando di ottenere una riduzione del prezzo, ma ha due sole alternative: o annullare la procedura concorsuale che ha condotto ad una aggiudicazione troppo onerosa, valutando l'interesse pubblico ad una equilibrata gestione delle risorse disponibili come prevalente sulla necessità di avere immediatamente a disposizione l'opera od il servizio richiesto, ovvero aggiudicare tout-court la gara all'aggiudicatario in via provvisoria (alla stregua del principio la Sez. V, constatato che l'amministrazione appaltante non aveva prescelto questa seconda via, ha ritenuto che la stessa era vincolata all'annullamento in toto della gara e non solo dell'atto finale di aggiudicazione definitiva).
Corte di Giustizia Amministrativa, Sezione Giurisdizionale - Sentenza 09/10/2002 n. 587
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nell’ambito delle controversie in materia di revisione dei prezzi relativi a contratti d'appalto di opere pubbliche, occorre distinguere - al fine di individuare il giudice competente - tra controversie attinenti all'an della pretesa revisionale, afferenti all'esercizio di un potere amministrativo discrezionale, incidenti quindi su posizioni di interesse legittimo ed appartenenti alla giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo, e controversie relative al quantum del compenso revisionale la cui spettanza sia stata comunque riconosciuta dall'amministrazione, coinvolgenti questioni patrimoniali afferenti al sinallagma contrattuale, incidenti quindi su posizioni di diritto soggettivo e devolute come tali alla cognizione dell'autorità giudiziaria ordinaria.Una controversia avente ad oggetto l'individuazione del termine iniziale per il calcolo della revisione prezzi riguarda il quantum del compenso revisionale, dato che in tale ipotesi l'oggetto del contendere è circoscritto alla determinazione dell'ambito temporale da porre a base del computo tabellare ai fini della liquidazione dell'ammontare dovuto; tale controversia, riguardando il quantum, rientra pertanto nella giurisdizione del giudice ordinario.La circostanza che una controversia riguardante il quantum del compenso revisionale abbia ad oggetto anche l'impugnazione di un provvedimento ministeriale assunto in sede di ricorso amministrativo ex art. 7 D.L.C.P.S. n. 1501/1947, non sposta la competenza giurisdizionale, trattandosi di gravame pacificamente proponibile sia a tutela di interessi legittimi che di diritti soggettivi, senza che la mediazione del provvedimento decisorio valga ad immutare la natura della situazione soggettiva azionata, né quindi ad incidere sull'individuazione del giudice competente.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 21/06/2002 n. 3389
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La posizione dell'appaltatore, con riguardo alla revisione del prezzo degli appalti di opere pubbliche, anche se è di norma tutelabile innanzi al giudice amministrativo, in quanto si configura come di interesse legittimo, acquista natura e sostanza di diritto soggettivo, come tale tutelabile davanti al giudice ordinario, quando l'amministrazione abbia espressamente o implicitamente già riconosciuto l'esistenza del diritto alla revisione, ovvero il diritto alla revisione dei prezzi sia già stato previsto nel contratto di appalto.
Consiglio di Stato, Sezione V - Sentenza 22/02/2001 n. 992
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel caso di controversia relativa a revisione prezzi instaurata prima dell’applicabilità delle norme sulla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo di cui al d.lgs. 80/98, ed alla legge 205/2000, la giurisdizione amministrativa deve essere, per così dire, limitata al momento, situato a monte, del riconoscimento o meno del compenso revisionale, perché solo nella fase dell’an così intesa può individuarsi in capo al richiedente una posizione di interesse legittimo, tutelabile avanti al giudice amministrativo.Una volta riconosciuta la spettanza del compenso revisionale, ogni altra questione attinente al quantum debeatur concerne evidentemente la concreta delimitazione del diritto soggettivo dell’appaltatore al compenso, come tale naturalmente tutelabile avanti al giudice ordinario .
TAR Palermo 27/10/1999 n. 2014
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'art. 33 della legge 28 febbraio 1986 n. 41, nell'escludere la facoltà di procedere alla revisione prezzi quando i lavori relativi ad opere pubbliche abbiano durata inferiore all'anno, intende riferirsi alla durata effettiva dei lavori stessi e non a quelli prevista nel contratto, salvo che sia registrabile il mancato rispetto degli impegni contrattuali da addebitare all'appaltatore.
TAR Potenza 16/06/1999 n. 244
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel caso in cui sussista una inscindibile connessione tra il contratto principale di appalto di opere pubbliche aggiudicato in vigenza dell'art. 2 della legge 22 febbraio 1973 n. 37 - che sanciva l'inderogabilità della disciplina legale della revisione prezzi mediante la norma imperativa e avente carattere di ordine pubblico nella stessa contenuta, recante divieto di inserimento nei contratti pubblici di appalto della clausola di esclusione della revisione prezzi - ed i successivi atti aggiuntivi, sono nulle le clausole di esclusione della revisione prezzi incluse negli atti aggiuntivi medesimi con le quali l'impresa accetta l'esclusione del compenso revisionale ai sensi dell'art. 33 della legge 28 febbraio 1986 n. 41 (ovvero l'applicazione di tale disposizione), essendo applicabile la disciplina revisionale vigente all'epoca del contratto principale.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 02/06/1999 n. 5349
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opere pubbliche ed in relazione al diritto dell'appaltatore agli interessi per il ritardato pagamento degli acconti, a norma dell'art. 35 del D.P.R. n. 1063 del 1962 deve intendersi per "emissione" del titolo di spesa non la mera redazione dello stesso, bensì tale redazione seguita dall'invio del titolo all'organo destinato al pagamento di esso, costituendo tale invio attività indispensabile perché il titolo stesso risulti idoneo a produrre l'effetto cui è inteso.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 28/05/1999 n. 5210
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
A norma dell'art. 15 del D.P.R. n. 633 del 1972 non sono soggette ad I.V.A. le somme dovute a titolo di interessi moratori, penalità per ritardi o altre irregolarità nell'adempimento degli obblighi del cessionario o del committente e pertanto non concorre alla determinazione della base imponibile il credito per interessi passivi vantato dall'appaltatore nei confronti del committente; ai fini della qualificazione dei pagamenti come corrispettivi I.V.A. o come adempimento del debito per interessi passivi occorre fare riferimento alle pattuizioni convenzionali o alla disciplina sull'imputazione dei pagamenti dettata dall'art. 1194 c.c..
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione III 21/05/1999 n. 4955
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto, nel caso in cui il contratto preveda il diritto dell'imprenditore al pagamento di acconti sul corrispettivo, pagati sulla base delle risultanze della misurazione della quantità di lavori già eseguiti, quali emergono dal certificato sullo stato di avanzamento degli stessi, quest'ultimo in nessun caso sostituisce la verifica dell'opera che il committente ha diritto di eseguire una volta che essa sia ultimata, né costituisce prova legale, in favore dell'appaltatore, nemmeno quando sia formato dal committente o da persona da lui incaricata, dell'avvenuta esecuzione dei lavori nelle misure ivi indicate e per i prezzi ivi liquidati. Ne consegue che, in caso di contestazione, da parte del committente, delle risultanze degli stati di avanzamento, l'appaltatore non è esonerato dal provare il fondamento del suo diritto al corrispettivo nella misura dallo stesso richiesta, in presenza di una domanda fondata esclusivamente su tale stato di avanzamento, potendo la prova della sussistenza del diritto in questione essere considerata acquisita solo per la parte di lavori per la quale la contestazione sia mancata.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 08/04/1999 n. 3393
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'obbligo del committente di pagare all'appaltatore il cosiddetto prezzo dell'appalto, ossia il corrispettivo della sua prestazione, traendo la sua origine dal contratto d'appalto, si configura come debito di valuta, senza che tale natura muti nel caso di revisione del prezzo originariamente pattuito, sia per fatti non imputabili al committente, sia per le variazioni del progetto che egli ha la facoltà di disporre in corso d'opera, giacché il compenso supplementare per le maggiori spese derivanti dalla modifica del progetto in corso d'opera è dovuto all'appaltatore a titolo di corrispettivo contrattuale e non a titolo di indennità da atto lecito o di risarcimento del danno.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 04/03/1999 n. 1822
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opere pubbliche, l'art. 348 della legge 20 marzo 1865 n. 2248 all. F, dispone che « l'appaltatore non può pretendere compensi per danni alle opere o provviste se non in casi di forza maggiore e nei limiti consentiti dal contratto; appena accaduto il danno, l'appaltatore deve denunciarlo alla direzione dei lavori, la quale procede all'accertamento dei fatti e ne stende processo verbale in concorso dell'appaltatore, per norma nella determinazione di quei compensi ai quali esso appaltatore potesse aver diritto; frattanto l'impresa non potrà, sotto verun pretesto, sospendere o rallentare l'esecuzione dei lavori »; il comma 1 dell'art. 24 del Capitolato generale per le opere pubbliche approvato con D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, ribadisce che i danni devono essere denunciati immediatamente, ed in nessun caso, a pena di decadenza, oltre cinque giorni da quello dell'avvenimento; la denuncia in esame non ha natura negoziale, non assolvendo la funzione di imputare il danno a causa di forza maggiore - potendo l'appaltatore, nell'immediatezza del fatto, non disporre di elementi per formulare una valutazione circa l'origine del danno stesso - e richiedere la rivalsa nei confronti dell'appaltante; la denuncia rappresenta, invece, solo la notificazione di un accadimento esterno, che attiva il procedimento dell'Amministrazione diretto all'accertamento dei fatti; ne consegue, da un lato, che essa non richiede la forma scritta, potendo anche essere compiuta verbalmente, dall'altro, che deve essere posta in essere in tempi brevissimi, quando è ancora possibile verificare lo stato dei luoghi, proprio per rendere possibile l'accertamento amministrativo dell'origine del danno, e che il termine previsto, di decadenza, non può essere sospeso né rinviato.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 06/02/1999 n. 1043
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opere pubbliche, gli interessi previsti dagli artt. 35 e 36 del Capitolato generale di appalto delle opere pubbliche approvato col D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063 costituiscono una particolare forma di tipizzazione normativa degli interessi moratori previsti dall'art. 1224 c.c. e sono pertanto dovuti dal giorno della mora che, per espressa statuizione normativa, si verifica, senza bisogno di diffida, alla scadenza del termine previsto dai citati articoli, a nulla rilevando che, atteso il carattere accessorio degli interessi, mancherebbero, fino alla delibera di corresponsione del saldo, i parametri necessari al conteggio, atteso che la difficoltà (ma non impossibilità) di conteggio degli interessi costituisce un ostacolo materiale e non giuridico e non può impedire, pertanto, di far valere il relativo diritto.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 19/01/1999 n. 446
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nella deduzione con la quale il committente fa valere le difformità ed i vizi dell'opera al fine di opporsi alla domanda di pagamento del corrispettivo preteso dall'appaltatore, non va ravvisata una domanda, bensì un'eccezione che, ai sensi dell'art. 345 c.p.c., può essere proposta per la prima volta anche in appello, risolvendosi nell'allegazione di un fatto impeditivo del diritto vantato dalla controparte.
TAR Napoli 21/12/1998 n. 3837
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'art. 33 della legge 28 febbraio 1986 n. 41, il quale non ammette la facoltà di procedere alla revisione dei prezzi quando i lavori relativi alle opere pubbliche abbiano durata inferiore all'anno, va interpretato nel senso che per « durata dei lavori » deve intendersi la durata effettiva dei lavori stessi e non quella prevista nel contratto, salvo che il mancato rispetto degli impegni contrattuali sia da addebitare all'appaltatore.Le disposizioni dettate dalla legge 8 agosto 1992 n. 359, recante soppressione dell'istituto della revisione prezzi previsto dall'art. 33 co. 2 della legge 28 febbraio 1986 n. 41, non hanno carattere retroattivo e dispongono pertanto solo per i contratti di appalto da aggiudicare per il futuro.La durata effettiva dei lavori, utile ai fini del computo della revisione prezzi, va calcolata dalla data di aggiudicazione e non da quella antecedente della presentazione dell'offerta
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 14/10/1998 n. 10141
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di contratto di appalto, il diritto dell'appaltatore al corrispettivo non sorge al momento della stipulazione del contratto, ma solo dopo e a causa dell'esecuzione (totale o parziale, secondo le specifiche previsioni) dei lavori; ne consegue che, in ipotesi di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, il diritto di credito vantato dall'appaltatore quale corrispettivo del contratto d'appalto non può comprendersi tra i beni esistenti nel patrimonio del debitore "alla data della proposta di concordato" ove a quella data risulti soltanto stipulato il contratto di appalto, atteso che la stipula di detto contratto non è di per sé sufficiente per l'insorgenza del diritto di credito dell'appaltatore, occorrendo il verificarsi dell'ulteriore presupposto dell'esecuzione dei lavori successivamente alla stipula di detto contratto.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 17/06/1998 n. 6043
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di esecuzione di opere pubbliche, la disposizione dell'art. 4 della legge 10 dicembre 1981 n. 741 si collega strettamente al fatto che gli interessi siano previsti nel capitolato o nel contratto, mentre si rivela del tutto ininfluente in relazione alle ipotesi in cui l'obbligazione degli interessi non solo non sia prevista da alcuna delle menzionate fonti, ma sia, addirittura, esclusa dal contratto intervenuto tra le parti.In tema di appalto di opere pubbliche, gli interessi (qualificati come moratori dell'art. 35 commi 2 e 3 del capitolato generale approvato con il D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, nonché dall'art. 4 della legge 10 dicembre 1981 n. 741) dovuti all'appaltatore per il ritardo nei pagamenti comprendono anche il risarcimento del maggior danno di cui all'art. 1224 co. 2 c.c. ed, in quanto tali, costituiscono espressione della responsabilità contrattuale della P.A. appaltante (la cui colpa nel ritardo costituisce presupposto per la nascita dell'obbligo della corresponsione dei menzionati interessi); sicché, la clausola predisposta da quest'ultima e non oggetto di specifica contrattazione, con la quale l'appaltatore rinunzi al diritto agli interessi in caso di ritardato pagamento, costituisce condizione generale di contratto limitativa della responsabilità dell'Amministrazione e, come tale, soggetta alla disciplina dell'art. 1341 c.c.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 26/05/1998 n. 5231
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
La disciplina stabilita dall'art. 1665 c.c. per il diritto dell'appaltatore al pagamento del corrispettivo, non si sottrae alla regola generale secondo la quale il principio inadimplenti non est adimplendum va applicato secondo buona fede e pertanto il giudice del merito deve accertare se la spesa occorrente per eliminare i vizi dell'opera è proporzionata a quella che il committente rifiuta perciò di corrispondere all'appaltatore, ovvero subordina a tale eliminazione.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 04/02/1998 n. 1126
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
L'art. 4 della legge 10 dicembre 1981 n. 741, secondo cui sono nulli i patti in contrario od in deroga alla disciplina degli interessi per ritardo nei pagamenti spettanti all'appaltatore di opere pubbliche, non opera solo nei confronti delle pattuizioni che pongono a carico dell'appaltatore l'osservanza di particolari modalità o di termini dilatori per far valere la propria pretesa creditoria, ma anche di quelle che, più radicalmente, comportano la rinuncia preventiva ad ogni ristoro per i ritardi nei pagamenti dovuti.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 08/08/1997 n. 7343
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Se dal contratto di appalto, stipulato da un Comune per l'esecuzione di un'opera, è desumibile il finanziamento da parte della Cassa Depositi e Prestiti, si applica l'art. 13, ultimo comma del D.L. 28 febbraio 1983 n. 55(convertito nella legge 26 aprile 1983 n. 131), a norma del quale sulla somma da pagare a titolo di corrispettivo non decorrono gli interessi moratori per il tempo intercorrente tra "la spedizione della domanda di somministrazione e la ricezione del relativo mandato di pagamento presso la competente sezione di tesoreria provinciale", anche se nel contratto manca il richiamo a tale norma, e nel bando di gara quello della relativa circostanza.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 23/07/1997 n. 6904
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In relazione ad un appalto di opere pubbliche, non è configurabile l'ipotesi del pagamento di debito non ancora scaduto alla data della dichiarazione del fallimento della impresa appaltatrice - ai fini dell'inefficacia (revoca di diritto) di un siffatto pagamento prevista dall'art. 65 legge fall. - quando l'appaltatore prima della dichiarazione di fallimento abbia restituito le anticipazioni ricevute, per la parte non coperta dallo stato di avanzamento dei lavori, a seguito del provvedimento di rescissione del contratto adottato dalla amministrazione appaltatrice ai sensi dell'art. 340 della legge 20 marzo 1865 n. 2248, all. F, che produce "ipso iure" la risoluzione del contratto e obbliga l'appaltatore alle conseguenti restituzioni, senza necessità di un formale provvedimento di revoca delle anticipazioni o di espresse previsioni pattizie.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 17/07/1997 n. 6570
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Con riferimento a tutte le obbligazioni di valore - comprese in particolare quelle derivanti dalla disciplina sull'arricchimento senza causa - trova applicazione il principio che il danno da ritardo non può essere liquidato mediante interessi calcolati (a far tempo dalla data in cui il ritardo assume giuridica rilevanza) sulla somma liquidata alla stregua dei valori monetari del tempo della decisione, poiché, nel caso in cui il giudice adotti come criterio di risarcimento del danno da ritardato adempimento quello degli interessi, fissandone il tasso, è più limitativamente consentito calcolare tali interessi con riferimento ai singoli momenti (da determinarsi in concreto secondo le circostanze del caso) con riguardo ai quali la somma corrispondente al valore oggetto dell'obbligazione si incrementa nominalmente in base agli indici prescelti di rivalutazione monetaria, ovvero a un indice medio.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 09/07/1997 n. 6208
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Con riguardo alla realizzazione di alloggi per lavoratori da destinarsi ad una cooperativa dietro apporto del terreno da parte dei soci di essa, secondo le previsioni dell'art. 15 terzo comma n. 3 della legge 14 febbraio 1963 n. 60, e per il caso in cui, ai sensi dell'art. 30 primo comma legge cit., detta cooperativa, ammessa al finanziamento pubblico, si avvalga della facoltà di assumere direttamente il compito della costruzione, conferendo in appalto la relativa opera, anziché delegare la stipulazione del contratto ad un Ente prescelto quale stazione appaltante dall'Istituto autonomo per le case popolari, la cooperativa medesima assume la veste non di nudus minister di tale Istituto, ma di appaltante, e quindi risponde verso l'appaltatore delle obbligazioni costituite con quel contratto.In tema d'appalto di opere pubbliche, l'art. 35 terzo comma Capitolato generale approvato con D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, ove accorda gli interessi secondo i tassi bancari per il ritardato pagamento del corrispettivo dovuto all'appaltatore, ingloba in detti interessi l'intero pregiudizio da mora debendi solo con riferimento a detto corrispettivo e pertanto, quando si verifichi la mora del committente anche per il debito inerente agli interessi, non deroga all'art. 1224 secondo comma del codice civile, sulla risarcibilità del danno maggiore, sempre che il creditore ottemperi all'onere di dedurre e dimostrare un nocumento ulteriore (non desumibile in via presuntiva soltanto dalla sua qualità d'imprenditore, già scontata da detta norma con l'attribuzione degli interessi sul capitale bancario).
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione II 22/02/1997 n. 1639
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
In tema di appalto di opere pubbliche, l'importo delle anticipazioni sul prezzo contrattuale concedibili all'appaltatore prima dell'inizio dell'esecuzione del contratto, a norma dell'art. 1 del D.M. 25 novembre 1972 (emanato in esecuzione del D.P.R. 30 giugno 1972 n. 627, concernente semplificazione e snellimento delle procedure in materia di Amministrazione e contabilità generale dello Stato) dietro prestazione di garanzia fideiussoria (ovvero mediante cauzione in titoli pubblici) deve essere obbligatoriamente recuperato, secondo quanto previsto dall'art. 2 D.M. cit., mediante trattenute sugli acconti relativi agli stati di avanzamento lavori, e sul saldo dell'importo contrattuale, ove necessario, e cioè (oltre al caso di esaurimento dei detti stati di avanzamento) quando l'anticipazione sia stata revocata, a norma dell'art. 3 D.M. cit., per una esecuzione del contratto non conforme agli obblighi ovvero (come nella specie) nell'analoga ipotesi di rescissione autoritativa del contratto ai sensi dell'art. 340 della legge 20 marzo 1865 n. 2248 all. F; nei predetti casi l'utilizzazione delle prestate garanzie, ai fini del recupero delle anticipazioni concesse, è consentita solo sul presupposto dell'inesistenza o della incapienza del corrispettivo ancora dovuto all'appaltatore, atteso, sotto il profilo testuale, l'uso della locuzione « occorrendo » nell'ultimo comma dell'art. 3 cit., e considerato che, con riguardo all'ipotesi di fideiussione, il sistema dell'obbligatorio recupero dell'anticipazione sul corrispettivo dell'appalto soddisfa per un verso l'interesse dell'Amministrazione ad una realizzazione certa del proprio credito, delimitando per altro verso nell'ambito della ragionevolezza il rischio dell'esposizione debitoria del garante.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 20/01/1997 n. 547
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Le disposizioni degli artt. 35 e 36 Capitolato generale delle opere pubbliche, approvato con D.P.R. 16 luglio 1962 n. 1063, che attribuiscono all'appaltatore il diritto alla corresponsione di interessi di mora in varia misura e con varie decorrenze in caso di ritardo della Pubblica amministrazione, si riferiscono esclusivamente ai pagamenti degli acconti e del saldo del prezzo contrattuale e non anche alla determinazione del maggior compenso effettuata in via giudiziale.
Corte dei Conti, Sezione Contr. 08/02/1995 n. 19
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Affinché la Corte dei conti possa pronunciarsi su singoli atti delle Amministrazioni statali occorre in primo luogo che l'atto faccia parte di una gestione che risulti compresa nel programma definito ai sensi dell'ultimo alinea del quarto comma dell'art. 3 della legge 14 gennaio 1994 n. 20, ed in secondo luogo che l'atto stesso sia qualificato da un'incidenza sulla gestione la quale, pertanto, non deve essere esaurita al momento della pronuncia.Sono illegittimi gli atti aggiuntivi ad un contratto di esecuzione di opera pubblica quando i lavori ivi contemplati non hanno ad oggetto opere accessorie a quelle commesse con i primitivi contratti ma hanno interessato prevalentemente l'esecuzione dell'intera opera da realizzare, per essere conseguenti ad evidenti carenze ed errori delle previsioni progettuali non suffragate a suo tempo da appropriate indagini tecniche.Le variazioni dell'originario progetto di esecuzione di un'opera pubblica che superino il c.d. sesto quinto obbligano il privato appaltatore solo a seguito di una sua nuova manifestazione di volontà che, pur se connessa con quella del precedente contratto, è da questa distinta dando luogo ad un ulteriore ed autonomo consenso negoziale.Nello stabilire il compenso per le opere appaltate con i c.d. atti aggiuntivi deve tenersi conto dei prezzi in vigore all'atto della loro stipula, ed alla revisione prezzi deve procedersi con riferimento alla data dell'affidamento dei lavori aggiuntivi, tanto più quando in essi vengano stabiliti nuovi prezzi, a nulla rilevando, in presenza del disposto dell'art. 2 L. 22 febbraio 1973 n. 37, che nel contratto suppletivo sia stata inserita una clausola che ha assunto come termine di riferimento i prezzi esistenti alla data dell'offerta che ha dato luogo al contratto principale.
Corte di Cassazione, sezione civile, Sezione I 22/12/1994 n. 11040
legge 109/94 Articoli 26 - Codici 25.1, 25.4.1
Nel caso in cui un'Amministrazione dello Stato od un Ente pubblico concedano all'appaltatore di opera pubblica un'anticipazione sul prezzo contrattuale, dietro garanzia o cauzione, secondo le disposizioni degli artt. 2 e 3 del D.M. tesoro 25 novembre 1972, la riduzione dell'importo della garanzia fideiussoria opera solo in dipendenza e in occasione degli acconti disposti in corso d'opera ai sensi dell'art. 48 del R.D. 23 maggio 1924 n. 827, previo atto di assenso da parte dell'Amministrazione garantita, in difetto del quale il fideiussore non può opporre che il debito garantito dell'appaltatore si è ridotto in ragione delle trattenute sugli acconti operate dalla medesima Amministrazione.In tema di appalto di opere pubbliche, la specialità della disciplina in materia di anticipazioni sul prezzo contrattuale alle imprese appaltatrici, dettata dall'art. 3 del D.P.R. 30 giugno 1972 n. 627 e dal D.M. tesoro 25 novembre 1972, in considerazione di preminenti esigenze di interesse pubblico, comporta che, in presenza di un provvedimento di revoca dell'anticipazione, né l'appaltatore né il suo fideiussore possono opporre in compensazione i debiti contratti dall'Amministrazione committente nell'ambito del medesimo rapporto contrattuale, qualora questi non abbiano già dato luogo alla procedura di trattenuta sugli acconti ed alla riduzione dell'importo della garanzia previo atto di assenso della medesima Amministrazione, tale divieto di compensazione rientrando tra quelli stabiliti dalla legge a norma dell'art. 1246 n. 5 c.c.